Ruta del Che

Amaro il destino quando fa di un famoso rivoluzionario un prodotto commerciale che attraversa indenne le mode. Se l’immagine di Korda è finita nelle camerette e sulle magliette di centinaia di migliaia di adolescenti, non potevano scampar la i luoghi dove trascorse i suoi ultimi mesi, giorni, istanti.

L’arrivo a Vallegrande sa di modernità. Attraverso i vetri del costosissimo taxi (in ottica comparativa, non assoluta), vedo la città, le strade, l’asfalto, i segnali stradali, addirittura i bidoni dell’immondizia appaiono attraverso la pioggerellina che sta cadendo. L’offerta turistica è completa: museo del Che, la Higuera, la Fosa del Che ed il mausoleo, la Fosa di Tania. Qualcuno sostiene che la gente si faccia pagare persino per raccontare i suoi ricordi.

Uomo pubblico, la vita dedicata al l’ideale, è impossibile un’esperienza privata, personale, unica, vera. Ciò nonostante permane l’emozione di vedere gli stessi paesaggi, guardare lo stesso cielo, l’ultimo che videro i suoi occhi liberi.

Ad accompagnarmi Santos, taxista dagli occhi sorridenti e dalle tante parole. La prima sosta è a Pucara’, piccolo paesino in cui non successe sostanzialmente niente. Qui fu catturato Leon, che disertò. Qui ci fermiamo a mangiare, 10bs pranzo completo.

Il percorso rispetta l’ordine cronologico degli eventi: la Quebrada del Yuro, dove ci fu l’imboscata in cui il Che venne ferito e fatto prigioniero, la Higuera dove fu condotto e giustiziato, la Lavanderia dove fu esposto perché il mondo sapesse, e la fossa in cui fu interrato e dove rimase occultato per oltre vent’anni.

Alla Quebrada si arriva attraverso un sentiero, a piedi, che parte da casa di Santos. Mi mostra delle foto storiche ed altre comuni, poi iniziamo la discesa. Costeggiamo un campo di mais, il sole è diretto, poi il sentiero diventa più boscoso, l’aria umida, nonostante i 2000 e passa metri. A poche centinaia di metri la casa de la enana. Il Che scrive: “Alle 17.30 Inti, Aniceto e Pablito vanno a casa della vecchia che ha una figlia a letto e l’altra mezza nana. Le danno 50 pesos raccomandandole di non dire assolutamente niente, ma ci sono poche speranze che mantenga la promessa”. Raccontano che no, non furono la nana e sua madre a “vendere” il Che, ma un contadino che si chiamava Pedro Peña, a cui offrirono un milione di bolivianos, dice Santos, gliene diedero solo cento. Secondo alcune versioni era un altro il nome del contadino, secondo altre non fu nemmeno un contadino, ma l’esercito stesso si infiltrava fingendosi contadini, per raccogliere informazioni e delegittimare la guerriglia. Molti aneddoti sembrano poco verosimili ma non possono non fiorire leggende intorno ad una leggenda.

Ancora qualche centinaio di metri e raggiungiamo il campo di patate di Pedro Peña. Era una notte di luna, quel 7 Ottobre e si riconobbero perfettamente le 17 sagome dei guerriglieri. Poco lontano, in linea d’aria, c’è la caverna dei guerriglieri, l’ultimo accampamento, da dove il Che ed i suoi andavano a comprare mais o qualche pollo dalla nana.

Quella notte, si diceva, i guerriglieri attraversarono il campo di patate, Pedro Peña li vide ed andò ad avvisare l’esercito all’Higuera. Fu così che si preparò l’imboscata. La Quebrada è una gola, un canale tra due coste della montagna. L’esercito dispose un accerchiamento ampio, su tutti i “cerros” intorno. All’una del pomeriggio inizia il combattimento, iniziano gli spari, il Che dà ordine di prendere posizione. Non credo sapesse di essere accerchiato. Venne ferito, si fece riconoscere. Disse di non sparare, che per la Bolivia valeva più vivo che morto. Qui, secondo Santos, il Che avrebbe detto “chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”. Gli legano le mani dietro la schiena, poi lo trascinano a piedi, ferito, dice Santos per lo stesso sentiero che abbiamo percorso, fino alla strada. Dice che passarono dal cortile della sua casa e che lui, che aveva sei anni, se lo ricorda. Sono scettica, insisto chiedendogli, ma la sua versione non cambia: sette guerriglieri scortati da cinquecento (!) soldati si inerpicano su quello stretto sentierino fino alla strada.

Riniziamo la risalita, Santos dice che sono 4 km, forse più realisticamente due, visto che è ripido ed impieghiamo un’ora. Ci si immagina i guerriglieri carichi di peso, digiuni da giorni, sotto un sole altrettanto caldo, il Che con la sua asma e senza le sue medicine.

Risaliamo in macchina diretti all’Higuera che è, francamente, un po’ kitsch: il busto del Che, murales brutti, e la escuelita. Ci apre una signos sdentata che rimane a chiacchierare con Santos. Non ci azzeccano nulla con l’atmosfera che avrei voluto. Nella stanza messaggi, bandiere, magliette, foto tessere. Un cerotto. Tra la tomba di Jim Morrison e Ponte Milvio.

Siparietto ludico all’uscita, il tassista non c’è, ci sono una trentina di uomini che mi chiacchierano al bar dove pensavo di prendere un mocochinchi. Chiedo a dei ragazzi, che pure mi avevano rivolto la parola, di un altro bar. È l’unico, ed il mio tassista è lì a bere chicha. Mi unisco a loro, mi offrono un paio di bicchieri di birra e mi invitano a fermarmi per la grigliata che faranno. Sono titubante, credo possa essere divertente, oltre che antropologicamente interessante ma alla fine mi decido a tornare a Vallegrande, prima che il mio tassista sia completamente ubriaco.

A Vallegrande il Che arriva già morto, in elicottero. Arriva anche la stampa di tutto il mondo. Viene portato nella lavanderia dell’Hospital Nuestra Señora de Malta, che continua ad essere l’ospedale di Vallegrande. Il Che resta esposto due giorni, poi il suo corpo sparisce. Bruciato, si vocifera, perché non ci siano lapidi da visitare, eroi da celebrare. Fa uno strano effetto entrare nell’ospedale, c’è un bel sole, il cielo azzurro è terso ed ogni tanto c’è un vento dolce che fa risaltare il silenzio. Il silenzio ed il vento, come una presenza, atmosfera rarefatta e sospesa. Alla lavanderia si arriva dal fianco, chissà dove è atterrato l’elicottero. Molti dicono che non sembrava neanche morto, con gli occhi aperti che sembravano seguirti. Scattiamo le foto di rito, ci allontaniamo senza riuscire davvero ad andar via. C’è il silenzio, come ricercata presenza, ed il vento. Ed il sole ed il cielo limpido. Hasta siempre, Comandante, ma ancora non trova pace il tuo corpo ferito e stanco.

Ti tagliano le mani, ti portano fuori dall’abitato, alle spalle del cimitero. Qui oggi sorge il mausoleo, raccolta di foto, dall’infanzia alla morte, lapidi commemorative dei 17 e degli otto morti tra l’8 ed il 10 Ottobre.

L’ultima tappa è “la fossa di Tania”, dove un tempo è stata interrata la guerrigliera che ora, come il Che, riposa a Cuba. La nostra guida, che oggi non è Santos, dice che il fiume portò via il suo corpo dopo la battaglia di Vado del Yeso. Dopo sette giorni venne ritrovata e le donne di Vallegrande, con “espíritu de mujer” ne chiesero il corpo per darle sepoltura nel cimitero. L’esercito accettò, salvo poi trasferire in segreto i resti qui. La guida ci chiede se abbiamo domande, il tassista che si è imbucato, che non conosceva nessuno dei luoghi e che ha lo stesso taglio di capelli di De Niro in taxi driver, è interessato a sapere se il Che fumava canne; io provo a chiedergli della sua fama, di come si rapporta, e si rapportò, la gente di qui al Che. A quanto pare oggi è mezzo santo, la gente sa che lottava per i poveri, può capitare che gli dica una preghiera o gli si accenda una candela, specie per gli ammalati, visto che il Che era medico. All’epoca non lo conoscevano, il Che stesso scrive: “Continua sempre la mancanza di reclutamento contadino; è un circolo vizioso: per ottenere questo reclutamento è necessario che la nostra azione si faccia sentire permanentemente in un territorio popolato, e per fare questo abbiamo bisogno di altri uomini”. Santos dice che in molti lo temevano, i guerriglieri pensavano che se li avessero incontrati li avrebbero costretti ad unirsi a loro. Mi chiedo che fine facessero i comunicati al popolo boliviano; i guerriglieri boliviani erano militanti del Partito Comunista a cui la scelta di rimanere nella guerriglia costò l’espulsione. Qui ci scontriamo un po’ con la guida. Lui sostiene che la rottura con il partito comunista boliviano deriva da una lotta per il comando tra il Che e Monje. La faccenda, secondo le mie fonti, è più complessa. Quando Monje incontra il Che per discutere la questione porta tre punti: avrebbe rinunciato alla direzione del partito, chiedendo in cambio se non l’appoggio la neutralità; si sarebbe occupato dei rapporti con altri partiti sudamericani per ottenerne il sostegno ed avrebbe assunto egli stesso il comando della guerriglia. Il Che, su questo punto, è irremovibile: sarà lui a condurre le offensive. Sul rapporto con gli altri partiti sudamericani è francamente scettico, mentre reputa un “grave errore” la sua attitudine col partito. Qui, e siamo al 31 di Dicembre, c’è un momento di stallo, Monje si ritira per discutere con i suoi e poi parla ai guerriglieri, ponendo l’alternativa di restare o seguire le direttive del partito. Tutti i boliviani decidono di restare. Il giorno dopo Monje parte, annunciando le sue dimissioni dal partito. Probabilmente non è (solo) il comando a portare alla rottura dei due, ma la politica non interventista dell’Urss e dei partiti politici latinoamericani, solidali alla guerriglia ma contrari alla lotta armata. Non si poteva, sostiene inoltre la guida, accettare che uno straniero comandasse la guerriglia boliviana. Il Che, a tal proposito scrive “per quanto riguarda le notizie circa la presenza di presunti combattenti provenienti da altri paesi americani, per ragioni di segreto militare non forniremo cifre, chiariamo solo che qualunque cittadino, che accetti il nostro programma minimo perseguente la liberazione della Bolivia, è accolto nelle file rivoluzionarie, con gli stessi diritti e doveri dei combattenti boliviani, che, naturalmente, costituiscono la stragrande maggioranza del nostro movimento. Ogni uomo che lotti, armi in pugno, per la libertà della nostra patria, merita e riceve il glorioso titolo di boliviano, indipendentemente dal luogo di provenienza. Questo è il nostro modo di interpretare lo spirito dell’autentico internazionalismo rivoluzionario”.

Sembra stizzita la nostra guida e chiude rapidamente il discorso. Risaliamo sul taxi e resta solo da attendere la partenza della flota. Venire a cercare il Che in questi luoghi, in tanti lo abbiamo fatto e continueremo a farlo. Al tempo stesso bisogna continuare a cercarlo nei suoi diari, nei suoi discorsi, nei suoi suggerimenti per le letture.

Querida presencia, vento nel silenzio in Bolivia, silenzio nella frenesia di una vita che ha troppa, troppa fretta lontano da qui.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...