“Ma così che cosa vedi?”

13-16 Maggio

Tocca scomodare l’odiato Freud per parlare di Jujuy. In realta’ Jujuy é stata, al tempo stesso, brama di Occidente e resistenza alla pianificazione necessaria nel mondo occidentale.
Una doccia calda sotto la quale ridere e scodinzolare, la sicurezza di una casa sicura, la prevedibilita’ della tua cultura.
La gente, innanzitutto, é cortese. Da’ informazioni e suggerimenti volentieri, sa essere empatica.
Primo impatto: la modernità. Asfalto, segnaletica, porte a vetri. Terminal nuovissima. Tanto che ancora non c’è il wi-fi ma Pablo, il ragazzo dell’edicola, ha una connessione alambrica. Non so che significhi ma non importa. È gentile, simpatico, disponibile. Contatto Malu, mi da’ l’indirizzo, mi scrive di far presto che c’è il flan della nonna. Ho voglia di piangere. Pablo dice che mi è cambiata la faccia, è vero, sto sorridendo. Posso finalmente rilassarmi dopo gli ultimi giorni di tensione e denti stretti.

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Il taxi è giallo come ci si aspetta che i taxi debbano essere, accendo una sigaretta, come uno non si aspetta che dovrebbe essere. Malu mi corre incontro, ci abbracciamo mentre Coco e Canela abbaiano intorno a noi. È cambiata l’aria dalla riservatezza e timidezza guarani’.
Sorseggiamo un mate, chiacchieriamo prima della doccia. L’ultima calda era stata a Camiri il 25 Aprile. Ricordare la data dell’ultima doccia calda, dover disimparare a gettare la carta igienica nel cestino.
Aún así, sempre ti amerò, querida Bolivia.

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Ma siamo in Argentina, si mangia milaneza e torta di spinaci dell’orto, si beve vino ed una bevanda gassata alla mela in voga da queste parti; si dorme in un letto caldo, senza paura degli insetti e della sporcizia. Riappaiono i supermercati, il Wi-Fi e si inizia a dimenticare il senso d’attesa ogni volta che si attraversa un gruppo di ragazzi per strada. Stabili, invece, il cochlo ed il locro, le brigate in motorino in tre o quattro, i bagni ad uno, anzi due pesos con il diritto ad un po’ di carta igienica arrotolata. Spunta il mate da passeggio, thermos sotto il braccio o negli uffici. Il Che ed Alberto ben esemplificano la profondità di quest’abitudine. Hanno appena raggiunto una vetta di quasi 5000 metri, in Perù, il camion si ferma per qualche problema. Nell’attesa i due accendono “un fuoco asfittico ma sufficiente a scaldare l’acqua ricavata da un pugno di neve. Lo spettacolo di noi due che sorbivamo la strana bevanda doveva apparire agli occhi degli indios tanto interessante quanto per noi i loro vestiti, perché non smisero un momento di avvicinarsi e chiedere per quale ragione mettessimo dell’acqua in quello strano artefatto”. Ma stavamo dimenticando Freud, in uno di quei famosi lapsus freudiani (maledetto humour inglese). La resistenza è una forma di opposizione inconsapevole così come la mia a fare qualcosa di utile in queste giornate. Un piccolo museo sulle culture indigene, una passeggiata in bicicletta nei dintorni di Jujuy, una passeggiata per il centro, qualche incombenza ed una dolce indolenza. Jujuy è immersa in una natura mozzafiato e varia, che non conoscerò. Non dispongo dell’energia sufficiente per pensare, organizzare. Svegliarsi presto, essere operativi, efficienti. E quando ci provo o sono svogliata o sbaglio tempi e modi. Non mi dispiacciono, però, questi giorni atipici, recuperando energia e inseguendo i miei capricci. E nel mezzo di una riunione di mburuvicha guarani argentini che discutono di come affrontare una compagnia petrolifera che vuole perforare nel parco nazionale di Calilegua, nelle loro comunità, so di essere nel posto giusto. Unità, organizzazione, lotta, territorio. Una comunità che fa politica, un’assemblea più giovane di quella boliviana; donne mburuvicha per niente timide; giovani donne che sono guide del sentiero naturalistico guaranì, assistenti sociali, professoresse di informatica e forse un giorno volontarie di Tekove. Tessere relazioni, condividere esperienze, generare vincoli e complicità. Viaggiare è anche questo, soprattutto questo. “Ma così che cosa vedi?” chiedono al giovane Ernesto che arriva a Jujuy dopo di viaggio filato di un’intera giornata. “Una domanda che resta senza risposta, perché é retorica, non prevede nessuna risposta, perché è vero, che cosa vedo io, per lo meno non mi nutro allo stesso modo dei turisti e mi sembra strano guardare i depliànt pubblicitari, per esempio di Jujuy: l’altare della patria, la cattedrale dove fu benedetto lo stendardo patrio, le decorazioni del pulpito e la miracolosa Vergine di Rio Blanco y Pompeya, la casa dove morì Lavalle, il Consiglio della Rivoluzione, il Museo della Provincia, ecc. No, non è così che si conosce un paese, una forma ed interpretazione della vita, quello è solo la lussuosa coperta, la sua anima si trova nei malati dell’ospedale, in chi sta al commissariato e nel pedone ansioso con cui si entra in confidenza, mentre il Rìo Grande giù in fondo mostra il suo alveo turbolento. Ma tutto ciò è lungo da spiegare e non so nemmeno se verrebbe realmente compreso”.

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