Lagunillas – I parte

(stay tuned)
Lagunillas 1

Alla vigilia del mio primo viaggio in Bolivia, seduti sugli scalini di casa “sua” Nicco mi ha regalato uno dei consigli di viaggio più preziosi. “Sei bianca e turista, accettalo”. Oggi, a distanza di tre mesi, so che aveva ragione, so che merita aggiungerci “e donna” e so che la mia faccia parla per me. “Choca”, dai capelli chiari, occhi chiari. Decisamente poco boliviana, ancor meno Guarani. Nonostante ciò, o forse si potrebbe dire ironia della sorte, a Kuruyuki andiamo a visitare la promotora de salud che chiamano doña choquita perché, appunto, è castana.

Una premessa, per dare alle premesse la stessa dignità delle parentesi.

La visita, questa settimana, è al municipio di Lagunillas e ad alcune delle sue comunità. È un ingresso nuovo per l’equipe che, dicevamo, si occupa di promuovere la salute attraverso la metodologia dell’epidemiologia comunitaria che, non ricordo se lo dicevamo, vuol dire coinvolgere i comunari stessi nel riconoscere, analizzare e trovare soluzioni ai problemi ed ai bisogni della salute. La conseguenza, logica ma voluta, è il coinvolgimento e la partecipazione della comunità, la coscientizzazione dei popoli indigeni.

In queste terre di colonizzazione l’ultima, in ordine di tempo, è quella della cooperazione internazionale, con i suoi progetti, le sue priorità e modalità organizzativa, i suoi, talvolta, aiuti. Nemmeno la lingua è garanzia di affidabilità perché, si racconta, è stato parlando guarani che si è ingannato le donne, le si è sterilizzate a loro insaputa.

Ed allora la prima fase del lavoro consiste nel presentarsi, raccontare il proprio lavoro, i propri obiettivi e la propria metodologia; con le famiglie si utilizza uno strumento medico, la misurazione della pressione, quale occasione per chiacchierare un po’. Ma prima di visitare le famiglie si visitano le autorità, i dottori dell’ospedale del municipio e quelli del Puesto de Salud che, generalmente, ci offrono ospitalità.

Così ci fermiamo all’ospedale di Lagunillas, piccolo pueblo dove la guerriglia del Che aveva un importante base di rifornimento e di contatti, l’albergo ristorante di coco peredo. Incuranti proseguiamo verso la comunità di Yaity, che verrà qui ricordata perché il Rio Parapety la divide in due. Il fiume è alto, potente, non ci azzardiamo a passare in là. Non così pavide alcune comunarie che incontriamo mentre sono in visita a casa di parenti al di qua del fiume. Donne, giovani e meno giovani, e bambini. Gli uomini, durante il giorno, sono spesso assenti, specialmente in zone come queste, dove si lavora per l’impresa o come a Chimbe, dove si lavora per il patrón. Qui i padroni sono stati “scacciati”, a quello che mi dicono con decreto ministeriale, nel 2010. Le famiglie che incontro, di fatto, sono state schiave fino all’altro ieri. Spesso, nella jeep, si indicano le terre dei padroni, se ne ricorda il nome, si racconta di come due proprietari confinanti hanno ceduto un po’ di terreno ciascuno per battere lo sterrato su cui camminiamo, ci si aggiorna su dove si sono trasferiti ora, già che gli hanno tolto la terra ma non i soldi.

“El dinero lo puede todo”, penso, quando, per lasciare le comunità, attraversiamo il campo dell’impresa petrolifera. La strada e la natura sono immerse nell’oscurità, poi, all’improvviso, luci a giorno, artificiali ed eccessive. E tutto sembra perfettamente funzionante, i container allineati e puliti, sembrano caldi, me li immagino con l’acqua, mentre i bambini, qui, hanno la pancia gonfia, probabilmente parassiti, dovuti all’acqua del fiume che bevono. Il dottore di Tenta Piau ci racconta che avevano portato una cisterna d’acqua, quelle grandi da 20000 litri, e quando hanno provato a guardarci dentro ci hanno trovato una rana. E così si sono resi conto che l’acqua proveniva un bacino naturale poco distante. O delle case di Kuruyuki, che, grazie a non si quale progetto, sono nuove e in muratura, hanno le installazioni pronte, rubinetti e tutto ma manca una parte di tubature di cui nessuna istituzione si assume l’onere. E così, come spesso accade, le possibili migliorie si deteriorano prima ancora di essere utilizzate. Penso all’alimentazione degli operai dell’impresa, a quanto economico, in generale, deve essere il proletariato boliviano. Ed all’ironia macabra del cartello che ci accoglie all’ingresso, “Rispetta l’ambiente – Total”.

Sandra, invece, riflette sulla sbarra ed il posto di controllo, “come fosse loro la terra”; altri padroni, altro sfruttamento. “Mujeres Creando”, collettivo boliviano di donne, lo scrive sui muri “Né le donne né la terra sono territorio di conquista”.

(Segue)

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