La despedida dalla Bolivia

Concepcion, ore 10.30 del mattino. Saggiare, verificare, ben sperare. Prudenza ma sembra di stare meglio. La notte e ls giornata anteriore a letto tra i mal di pancia. Senza saldo, anzi no, senza corrente elettrica tutto il pueblo. Fosse mai che ti convincessi a chiedere aiuto, a chiedere ai ragazzi di comprarti carta igienica o una bottiglia d’acqua. Debole e lentamente avventurarsi fuori. Sperare che la corrente torni presto per avvisare quelli del bus e del couch che è tutto rimandato. Guardare un film nell’ attesa. Ah, no. Manca la corrente. Torna la corrente, non torna la voglia di vivere. Alle sei e mezza di pomeriggio sto di nuovo dormendo. Ma in fondo è un bene. Sono riposata per affrontare il viaggio. Dall’ autobus dicono che non c’è problema, dal couch pure. Tutto tranquillo.

Santa Cruz, ore 16.30 cambia l’aria. Scrivo a Malu, mi dice “letto” ma perché allora non risponde? Vabe’ rimandiamo il problema. All’officina del bus chiedono se voglio partire domani. Uno si lamenta che il mio posto è partito vuoto. Con la mia consueta diplomazia faccio notare che il biglietto è aperto, quando parto parto. “Qualche problema?”, chiedo. Non c’è il mio biglietto fino alla frontiera, dicono. Ma il signor Roly Menacho, st’infame, m’ha venduto un diretto, pure lo spuntino mi davano. Scoprirò in Argentina che la truffa è frequente.

Santa Cruz, ore 19.30. Si sente urlare. Una rissa, enorme, tra partecipanti e spettatori. Sbircio da lontano, arriva la polizia dell’immigrazione. Sì lo so che sono irregolare, sì lo so che devo pagare la multa. Ecco, prego. Grazie. Ridacchiano commentando la rissa. “Che succede?”, chiedo. “Se menano”, rispondono. Ah, ecco, grazie. Lasciali fare è il senso.

Santa Cruz, ore 20.30. Si parte. Andiamo a Yacuiba, vicino alla frontiera. Il mio viaggio “diretto” sarebbe dovuto arrivare a Jujuy alle 14.00. #staytuned Il signore dell’autobus che, ovviamente, non è più il latitante Roly Menacho, mi da una busta con un numero di telefono ed un nome. Il mio contatto a Yacuiba. Aria di clandestinità…

Yacuiba, 5.30 del mattino. Pioviggina, fa freddino ed è buio La terminal è già attiva per fortuna. Del signore della busta, ovviamente, non c’è traccia. Aspetto un po’, bevo un tè. Chiamo. Il signore chiede dove sono, dice che vengono a prendermi. Arriva una signora, dice che non c’è fretta, aspettiamo un altro autobus da Santa Cruz, con altri passeggeri, poi andiamo. Chissà dove.

Yacuiba, 6.30, forse. La signora torna, andiamo. Non ci sono altri passeggeri. Saliamo sul taxi. Scendiamo alla frontiera. Il tassista vuole che gli paghi la corsa. Scendono le Madonne in processione, i Cristi e pure il padreterno. Si lo so, mamma, e che ci vuoi fare. Pago, minacciano di riportarmi alla terminal. Attraverso la frontiera, a piedi. Siamo dall’altra parte, il signore del nome sulla busta mi stacca il biglietto ufficiale. Altro taxi che mi porta alla terminal da cui parte l’autobus. Pago, e che te lo dico a fare.

Pocito (?), 10.00 del mattino (24 ore fa partivo da Concepciòn). Parte l’autobus per Jujuy. Primo controllo. Sbirri gentili, rapido controllo dei documenti. Buon viaggio e scusate per il disturbo. Prego. Secondo controllo. Tutti giù dall’autobus, scarica valigie, raggiungi banco dei controlli, Apri valigie, chiacchiera con lo sbirro. Le foglie di coca possono passare. Perquisizione. Grazie ed arrivederci. Terzo controllo. Documenti. Sbirro giovane, simpatico. Domande di rito sul viaggio. Su di me chiede “Soltera?”. Pausa. “Casada?”. “No, cansada”. Rispondo. Ridiamo entrambi, io piuttosto fiera della mia freddura. Il controllo prosegue. Le valigie le sbirciano loro senza nemmeno “scenderle” dall’autobus. Noi scendiamo, documenti, zainetto controllato. Grazie e arrivederci. Rimango a chiacchierare con gli autisti. Chiedo, così, per scrupolo, a che ora arriviamo a Jujuy. Alle sei. Ancora nessuna notizia, ovviamente, dei couchsurfer.

Manca poco a Jujuy, esce il sole. Adiòs, Bolivia, maldita y querida, bienvenida Argentina.

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