Any given Sunday

La domenica è sostanzialmente un giorno inutile. O inesistente. La domenica è il giorno del pigiama, di pranzi e cene poco elaborati e consumati direttamente a letto. La domenica puó essere un giorno difficile o di riposo assoluto. La domenica non si esce mai di casa, recita un assioma.

Pasqua è spesso lontana da casa, ma quando è a casa è un super pranzo di famiglia. Spezzatino di agnello con i carduncell, pastiera e tentativi di riprodurre la torta alla ricotta di nonna, che come la sua non viene mai.

La domenica, da un mesetto a questa parte, è il giorno della cancha. Il che vuol dire svegliarsi già frementi, scalpitare fino a quando non si parte tutte e tutti verso il campo. Le ore passano tentando di non mostrare segni di eccitazione, partecipando alla riunione di valutazione o al pranzo nascondendo i fremiti, tentando di mantenere un minimo di concentrazione per le attività e le interazioni della vita normale.

Questa Domenica di Pasqua è quindi doppiamente strana; attendo un sontuoso pranzo di Pasqua che non ci sarà mai. Penso di cucinare, poi mi ricordo che non ci sarò a pranzo ed ho il terrore di essere intrappolata in qualche modo.

Un’altra cosa bella di queste domeniche è che alcuni ragazzi tornano apposta per giocare, e non ragazzi qualunque, alcuni dei più cari. Ed è ancora un abbraccio, quando vedo Luìs Clarìn, occhi che sorridono ed affetti che si riconoscono.
Sostenitori ridottissimi, le ragazze sono già tutte partite, i ragazzi sono rimasti, quasi tutti per giocare. Siamo in pochi a bordo campo, manca Elias, penso che non ce l’abbia fatta a venire, invece arriva. Ancora sguardi, che rendono innecessarie le parole, che dicono ciò che forse è in altri modi inesprimibile.

Clarìn fa la formazione, i ragazzi si cambiano e Lorenzo “direttore tecnico” non ufficiale da quando l’hanno operato di appendicite, chiede una foto con la squadra. Bianco-arancio la maglia della Tekove, biancorossa quella degli avversari gutierreñi, sostenuti da un forte (e scordinato) tifo. L’arbitro dopo poco non ci capisce più nulla ed un’altra squadra, che ha già giocato, presta la sua casacca gialloverde. La maglia, dunque. Mi hanno raccontato che è della squadra dei colleghi di lavoro del padre di Cecilio. Ce l’hanno prestata per una partita, poi è rimasta. Così è nato il mio sogno, che con un benefit tra i sostenitori dello sport popolare si possa regalare una divisa alla Tekove.

I nostri avversari sono giovanissimi, rapidi e leggeri. Noi siamo un po’ acciaccati: Sebastian, il dottore e poi pure Clarin hanno dolori vari. Segniamo quasi subito, quasi subito ci rimontano. Riusciamo a mettere il secondo, dopo aver sofferto e rischiato tanto. La difesa è zoppicante, il portiere a volte solo ed insicuro. Subiamo pure una traversa ma siamo testardi e continuiamo a risalire. E alla fine lo infiliamo il terzo, che ci fa respirare un po’. Il secondo tempo, da qualche partita a questa parte, è diventato sempre più concitato, ormai non ci sediamo più, nel secondo tempo ci muoviamo a bordo campo con i giocatori. Saliamo e scendiamo con loro, quasi entriamo in campo, neuroni specchio attivissimi. Questi ragazzi non si allenano, non giocano mai insieme, hanno un turn over da far invidia a Mc Donald’s ma sono testardi e lottano. L’arbitro fischia tre volte (o forse due, qua non è così detto).
S’è vinto. L’esultanza è, al solito, più implicita che pacata. Nessuna differenza rispetto a quando si perde. Ma a sto giro s’è vinto, pugno contro pugno all’uscita del campo con il “direttore tecnico”, qualche commento. Qualcuno fa i complimenti a Luis Miguel, instancabile, generoso, realmente bravo. Migliore in campo, gli dicono. Tutti, risponde il “direttore tecnico”, perché tutti eravate in campo. Lo spirito della Tekove è questo qui, si gioca tutti, si fanno tutti i cambi, si invitano gli studenti appena arrivati senza neppure conoscerne il nome. E poi si urla “verde”, dal bordo campo, per il colore della casacca (a sto giro undici uguali non si sono trovate) o li si chiama per numero.

Lentamente andiamo via, disperdendoci e ritrovandoci. C’è Guido, inaspettata, piacevole, sorpresa. Mangio con loro, da loro; porto del cibo che forse non era per loro e forse davvero sto esagerando in questi giorni. Ma mia madre me l’ha sempre detto, casa mia è sempre aperta a tutti, anche se questa non è esattamente casa mia.

E’ che si sono momenti, e ragazzi, con cui mi sembra davvero di stare vivendo qualcosa di profondo. Non importa quanto durerà, non importa se non ci rincontreremo mai. Ogni giorno mi stanno cercando, da lontano e da vicino. A volte pure troppo. Squilla il telefono mentre sto già cercando senza successo di dormire. L’una e mezza del mattino. Uno dei ragazzi; se può vedermi, parlarmi. Mi spavento, penso sia successo qualcosa. E’ ubriaco, dice che sono appena tornati da fuori. Mi dice di una rissa, momenti di silenzio, di stallo. Buonanotte, gli dico, prima che la situazione diventi ancora più patetica, penso. E si torna a dormire. La mattina si mettono in viaggio presto, non li vedo andar via. Un giorno mi racconteranno, spero, che è successo quella notte. Non mancano mai, sempre nuove, queste storie di Tekove.

(segue)

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