Si sta come d’autunno…

Un abbraccio, lungo, bello, caldo. Inaspettato, consueta nei suoi occhi è la timidezza. Un invito a pranzo, impossibile da rifiutare. Gli occhi che temo lucidi, i messaggi su facebook, sul telefono. Mi sento come un albero d’autunno, ad una ad una le foglie, gli e le studentesse, cadono e mi lasciano nuda e vuota. Non verso la fine della loro vita come le foglie d’autunno vanno, ma verso la vita come le gocce del fiume. Racconta un libricino che ad un abuelo guarani, un nonno, un saggio, chiedono che cosa ne pensi della modernità che entra nelle comunità, dei cambi che porta l’istruzione. Risponde che “ci sono acque che vanno verso le sponde , altre nel mezzo del fiume, alcune in superficie, altre in profondità, però tutte vanno unite nello stesso senso. L’acqua che si divide dal resto diventa fango e marcisce”. Questo voglio pensare, che continuare a scorrere è vita, che “il fiume che prosegue incontra nuovi paesaggi” e che tutti noi che siamo passati da Tekove e qui ci siamo innamorati di un’idea e delle persone concrete che ne sono il respiro siamo parte di un tutto. Uniti come le acque del fiume marciamo nella stessa direzione, ognuno ed ognuna con un percorso proprio.
Viviamo negli occhi degli altri, nei loro passi, pensieri, sogni ed emozioni.
Non sarei esistita se non mi avessero visto, cercato, accolto.
“Querida amiga”, mi dicono, segreti e sentimenti profondi e preziosi mi regalano. Occhi, sguardi. Il silenzio sacro dei Guarani mi insegna un linguaggio che va oltre le parole.
Un amore delicato, pacato, potente.
Quell’amore così diverso da quello che ho sempre conosciuto. Non chiedere all’altro nient’altro che la sua semplice presenza, diceva qualcuno. O ancora meno, un ricordo, un’orma, un solco.
Abituata che gli affetti nascono dal dirsi chi si è, chi si è stati, come lo si è diventati continua a sorprendermi l’affetto nato dalla pura e semplice condivisione, il compartir. Il guarani ha un’espressione per designare il “tiempo para compartir”, ara kavi.
Forse per questo il silenzio in cui è immersa la scuola e’ doloroso, perché è nostalgia della condivisione, del “ñieee” in coro delle ragazze, degli urli da ranchero dai dormitori, dal suono della chitarra e del violino, delle zappe e del machete, dei piedi nudi sulla terra nella danza, delle risate di timidezza e di gioia.
Un abbraccio lungo, caldo, inaspettato. Me lo porto, insieme al resto, sotto le coperte. A riscaldarmi e a farmi compagnia, ora che arriva l’autunno e l’albero spoglio attende una nuova fioritura.

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