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(segue)

L’immagine di una donna seduta su un vecchio letto nel patio della sua casa, un bimbo di tre anni accanto, uno di sei, giá adulto, due gemellini di un anno e mezzo che sembrano avere 8 mesi. Un padre assente, bevitore e scansafatiche, forse pure violento, dicono le voci. Le case umili, di legno, di fango, di paglia. I letti fatti con assi di legno, rialzati, materassi inesistenti, le case senza porte. Il fuoco sempre acceso, il mate condiviso e le uminta, mais cotto, a volte con formaggio. I bambini in casa, quelli in un internado, per studiare, quelli giá grandi nati da precedenti relazioni. In una casa una figlia malata, allettata, forse poliomelite. La madre dice che le hanno fatto la maledizione. I compleanni e la data di nascita che nessuno ricorda. La denutrizione, l’aria aperta come bagno. E non va bene, perché poi si contamina l’acqua. Ed allora si prende quest’impegno, la prossima volta ogni famigia avrá scavato un pozzo cieco, prime, rudimentali, latrine. A piccoli passi verso la salute. Una spesa abbondante per noi, perchè poi si possa lasciare un po’ di cibo. Per una buona zuppa, caramelle e banane e soprattutto il latte in polvere per i gemellini denutriti.

Non mancano le risate, come quando provo a tirar fuori dall’ambulanza il pollo che mangeremo a cena; lui grida, io pure, Carlos ride. “Tu puedes, dale puedes hacerlo”. No, non posso. Posso peró guardare Sandra che lo uccide, anche se aveva pensato di non farcelo vedere. Gli tira il collo, poi gli mette un piede sulla testa mentre smette di respirare. Poi lo appendiamo ad una sedia a testa in giú perchè scenda il sangue. Posso spennarlo un po’, digiuna di vita contadina, lavoro cognitivo con delega ad altre persone per tutto il resto. Non mancano le lacrime ed il sincero coinvolgimento. È sera, la zuppa è sul fuoco, noi donne mateamo e chiacchieriamo. Gli uomini sono a giocare a carte, nella scuola con il maestro ed il dottore. Il genere come determinante nelle relazioni, come categoria per la divisione in gruppi. Io, che spesso nemmeno me ne accorgo. Mi piace il mondo degli uomini, lo scherzo pesante, le meno restrizioni ed imposizioni. Sempre le solite cose, sedersi a gambe aperte, la nuditá non condannata, il sesso non negato, l’iniziativa non legittima. Non chiederó permesso per andare in giro da sola la sera, non me ne staró zitta se mi fanno apprezzamenti. Non accetteró di passare per prima, nè di ricevere il piatto prima degli uomini. E spiegheró, se mi verrá chiesto, che non voglio la galanteria ma l’uguaglianza. Che posso muovere pesi e cucinare, giocare con i bambini e parlare con gli uomini senza abbassare lo sguardo. E desiderarli e non nasconderlo.

Ma eravamo tra donne, in questa cucina passandoci il poro. Ed una donna dolce e forte ha finalmente lasciato scorrere il dolore, il senso di impotenza ed il peso della responsabilità di chi vede povertá, ingiustizie e drammi sociali e familiari ogni giorno. L’immagine di un bambino malato, a letto, e la paura di non poterlo proteggerlo da un male da cui non c’è ritorno. Le donne che accolgono, ascoltano, sorreggono, altre donne. Nella cultura guaraní, al tempo stesso, donna ed uomo sono complementari. Durante il parto l’uomo si sedeva alle spalle della donna, con le ginocchia apoggiate alla sua schiena. La sorreggeva, la abbracciava e cosí nascevano i bambini.

Accanto al fuoco la notte, gli animali in lontananza. Il cielo nuvoloso ed a tratti la luna. Al mattino ancora nuvole, come tende ad una finestra. Non si sono aperte per far entrare il sole ma nemmeno per far cadere pioggia. La terra è umida ma non bagnata, il cammino è buono. Come sperato, possiamo tornare verso casa.

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