“Del doman non v’è certezza….”

La puntualità è un’invenzione occidentale, cosí come la presunzione di dominare la natura e la necessitá di certezze. Se piove, ad esempio, non ci si mette in cammino. O, come mi racconta Jaime, nessuno si meraviglia se chi deve arrivare alle nove del mattino giunge alle sette di sera. Gli imprevisti possono essere infiniti: una ruota bucata, il troppo fango, un fiume impossibile da attraversare. A quel punto ci si siede e si aspetta che le cose tornino a posto. Non sarebbe neanche il caso di chiamarli imprevisti, questa è la normalitá. 

La comunità a cui siamo diretti è lontana dalla strada, piccola, su per il monte. Si chiama Chimbe, ci vivono 17 famiglie per un totale di una settantina di persone. Da Camiri si va verso Cuevo, dove ci fermiamo a prendere il pane. C’è un sacchetto bianco su un palo davanti alla porta e questo, mi spiega Rachele, indica che qui si vende pane. In tutti questi mesi non l’avevo mai notato. La casa è molto bella, ci sono piante medicinali, come il boldo che fa bene all’intestino e fiori. C’è la casa vera e propria, uno spiazzo, poi scalini naturali di terra ed un altro piccolo spiazzo. Qui c’è il tanque, la cisterna per l’acqua, bacinelle varie per lavare, il bagno di terra con il water in pietra ed un lenzuolo come porta. Umile e curato. Da Cuevo si va a Santa Rosa, in lontananza si vede la chiesa, su un’altura. Da quello che ho capito ha qualcosa in comune con quella della Chiquitania ma non riesco a visitarla. Da Santa Rosa parte la strada per Chimbe, circa un’ora e mezza di sterrato (l’asfalto l’abbiamo in realtá lasciato svariati km fa), salendo e poi riscendendo. Il cammino è buono, se avesse piovuto non saremmo potuti passare. Il paesaggio è ancora verde, azzurro ed arancio. Quando stiamo per scollinare, la modernitá, vale a dire Santa Rosa e la sua chiesa, appaiono in lontananza sul monte di fronte ed il segnale del telefono se ne va. A Chimbe è la natura a dettare il ritmo; il sole e la pioggia per il cammino ed il lavoro dei campi, il sole e la luna per la veglia ed il sonno. Siamo ospitati nel Puesto de Salud, costruzione in muratura con l’elettricitá, derivante da un pannello solare. La seconda notta la luce via perchè la carica è finita e, se uscirá il sole, tornerá domani. In tutta onestá trovo estremamente rilassante la totale assenza di comunicazione, spegnere il telefono e dimenticarsi di dover rispondere. 

Nella cultura guarani sono molto importanti la solitudine ed il silenzio. In essi ci si ricongiunge con la natura ed i suoi spiriti, con se stessi ed il Tumpa, il dio. La tradizione, di nuovo, coesiste con la modernitá, con la musica onnipresente, nelle case, nelle strade, nella nostra jeep. Cumbia, lambada, chamamè, chacareras. Ma quando si spegne la luce e ci sediamo accanto al fuoco su cui abbiamo cucinato il locro, una zuppa di pollo, vado a spegnere la radio della jeep. Solo il fuoco, la luna perfettamente rotonda che, a volte, spunta dietro le nuvole ed i rumori degli animali. Rumori che non so sentire. Ci rifletto durante il giorno, quando Juvenál e Luís Miguél sentono il rumore della macchina in lontananza ed io no. Talmente sintonizzata sul mondo interno da non saper ascoltare il mondo esterno. Nella cultura guaraní, invece, sono sincronizzati, trascendendo le singole persone. Sandra, la mattina successiva, racconta che i ragazzi, che sanno riconoscere i suoni degli animali, hanno sentito il rumore di una vipera ed hanno dormito poco, controllando la porta. Anche lei ha dormito male, perchè, ignara di tutto, continuava a sognare una vipera.

 

L’eterogeneitá della Bolivia, i suoi mille volti, si vedono pure a Chimbe. Doña Noemí, l’infermiera, è della cittá, di Camiri, ma negli anni ha camminato in lungo ed in largo, a piedi, per raggiungere il territorio che le spettava. Le macchine private sono abbastanza rare da queste parti, figurarsi qui nel nulla. E cosí Doña Noemí camminava, per raggiungere le case della comunitá, quelle delle comunitá vicine, Santa Rosa. Ore di cammino, che ora non fa piú perché ha avuto il suo terzo figlio che ha quattro mesi. Il dottore, invece, è del Beni, ha studiato, mi sembra di capire, anche a Cuba. Comprensibile il lato umano della sua vicenda. Giovane, alle prime esperienze, finito fuori dalla civiltá, mentra la sua giovane moglie aspetta il loro primo figlio. Gli pesa questa vita senza comoditá, senza comunicazione. E così un giorno prende e va a Santa Rosa. E ci rimane settimane. Di fatto siamo qui anche per questo, per cercare di ricucire lo strappo tra il dottore e la comunitá. 

“Risulta” (cosí iniziano i racconti da queste parti), che il dottore è tornato giú a Santa Rosa e che a causa delle cattive condizioni della strada, della moto rotta, dell’alcaldía che lo osteggia, non è piú tornato. La comunitá è risentita, si è sentita abbandonata. Scuse e svogliatezza appaiono ai loro occhi. Io stessa intuisco alcune loro obiezioni: potrebbe camminare come tutti loro fanno; e comprendo quelle del dottore, non esserci abituati. Questo confronto avviene nella riunione che convochiamo, per dare una restituzione su quanto fatto durante la nostra visita e per mediare discretamente questo confronto. 

Una breve, amata, parentesi sulle forme organizzative guaraní. Ogni comunitá prende la sua decisione in un’assemblea a cui partecipano tutti i comunari. Qui si discutono i problemi della comunitá e si cercano soluzioni. Ogni comunitá ha le sue autoritá, “mburuvicha”, ma nella cosmovisione guaraní il sistema di governo è a spirale. La base sociale comunitaria si autogoverna in modo orizzontale, le autoritá assumono il comando in caso di necessitá, emergenza. Passata la crisi rientrano nella spirale, al loro posto nella comunitá. 

Nella riunione si discute la faccenda, si riportano voci, si esprimono opinioni e si giustificano comportamenti. Il dottore non sembra troppo abile e spesso sembra emergere una concezione del suo lavoro come, appunto, lavoro. Conta le ore di lavoro, ogni ora trascorsa lí è lavoro, rivendica il diritto ai Sabati, alle Domeniche, a stare con la sua famiglia. Anche quelli che lavorano per l’impresa, dice, tornano a casa nel finesettimana. Parla di dati che dovrebbe trasmettere ogni settimana, in deroga ogni due. Ma c’è un errore di fondo. Qui non si puó essere medici in trasferta controvoglia. Qui si vive, si partecipa, si forma parte di una comunitá. Non mi sarei meravigliata se un comunario, chiedendo la parola, avesse detto che la famiglia potrebbe portarla qua. È per questo che serve la Tekove e la sua idea. Professionisti indigeni, compromessi con la causa di un popolo, il proprio, convinti che studiare per garantire salute e futuro ad un popolo diviso tra gli stati e dimenticato dai governi sia una scelta di vita, siano mani, teste, cuori in un progetto collettivo. Quanto di piú lontano da un medico che ha studiato a Cuba, che la critica, perchè lí, chi sta nel privato, nel turismo o vendendo salsicce, guadagna di piú di chi fa il medico o è impiegato statale. Allora nessuno penserá di superarsi, allora a che cosa serve studiare se poi guadagni meno degli altri? A prenderti cura della tua gente e a migliorarne le condizioni, di nuovo non superandosi ed avanzando da soli ma migliorando insieme le condizioni di vita di tutti.

Alla Tekove non si paga nulla, nè tasse, nè cibo (colazione, merenda, pranzo, merenda, cena) e spesso si dá una mano anche con le spese dei trasporti. Il pericolo è che in troppi vogliano approfittare di questa formazione per poi avanzare da soli. 

Allora è la formazione stessa che deve coltivare identitá, solidarietá, giustizia sociale. In un mondo che, al contrario, perpetua vecchie e nuove schiavitú. Nell’Alto Parapety la schiavitú è finita quattro anni fa, nella zona di Chimbe c’è ancora il patrón, il padrone, da cui si va a lavorare e si viene pagati in viveri. E poi è arrivata “l’impresa”, che fa sondaggi alla ricerca del petrolio, che a volte porta migliorie nella comunitá e che offre lavoro. Il benessere come esca, il profitto come missione. 

(segue)

 

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