Non esattamente a tempo (pseudocit.)

Viaggiare, penso con un’associazione di pensiero che, non so perché, decido di seguire, potrebbe essere come ballare.

Esistono attitudini e stili diversi, probabilmente, in qualche misura, rivelatori del carattere di ognuno, della personale maniera di interpretare il movimento ed il ritmo. E cosí c’é chi balla spesso, chi proprio mai, chi non riesce a star fermo e chi sembra danzare ad ogni passo che fa, come una mia capa, danzaterapueta, che mi diceva che il movimento degli innamorati é fluido, continuo. C’é chi preferisce ballare in coppia, chi da solo o con gli amici, chi é discreto e chi é scatenato. Non mi ero mai interrogata prima sulla mia maniera di ballare o di viaggiare. Innanzitutto, nel secondo caso, sono una principiante. Poco a poco sviluppo abitudini, rituali, concezioni del viaggio. Nei piccoli paesini o cittá che caratterizzano la Bolivia ci si puó lasciare guidare da suggestioni. Una musica che proviene in lontananza, la direzione in cui cammina la gente. Tappa obbligata, mi hanno insegnato, sono i mercati; é il luogo che piú di ogni altro racchiude una cultura: c’é il cibo, che racconta il territorio, il modo cucinarlo e di consumarlo, c’é la gente, il modo di vestire, gli orari, il modo di vivere la strada. 

Parallelamente la cittá del turista, i musei, i siti archeologici, le escursioni naturalistiche, gli ostelli, le storie degli altri viaggiatori, gli incontri. Ma anche i luoghi congestionati, le centinaia di foto tutte uguali, nelle memorie digitali di mezzo mondo. Cercare di usare i mezzi pubblici, i micros o ônibus come si chiamano in Brasile, non solo perché piú economici ma anche per muoversi come si muove la gente che la cittá la abita, capirne i tempi, le abitudini. Allora a Samaipata, Gutierrez e Camiri si viaggia nel cassone, a la Paz nei micros. Mangiare dove mangiano le facce del posto, quello che mangiano loro, dove mangiano loro, come lo mangiano loro. Il lama con le mani, ad esempio, o le gassose con la cannuccia in sacchetti di plastica da freezer. Ascoltare la musica, i testi, i ritmi. Guardare i muri, cercare tracce di fermento politico, culturale, sociale. Cercare di scoprire anneddooti, leggende, festivitá e quotidianitá. La scuola, la salute, i trasporti, il lavoro. Non solo i luoghi ma le persone che plasmano e da cui sono plasmati. Nel caso di Rio si aggiungono le spiagge e la notte.

Cosí arrivo qui, carica di energia ed incredulitá. Solitaria nel mio primo viaggio per la Bolivia, poi con altri mochilleros casuali mischiati a boliviani, poi la magia del gruppo del Salar. Ora raggiungo Nico, la prima volta in mesi che passo dal tempo con qualcuno che mi conosceva giá prima. Chissá se mi ha trovato diversa, sicuramente un po’ isterica e famelica. Affamata, pensando ogni attimo come irripetibile, divorando ogni secondo con gli occhi. “La vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un’ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla”, dice Kundera quando parla del mito dell’eterno ritorno. Poi continua, “la luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina”. 

L’idea che tutto quello che vivo é irripetibile, che non tornerá mai piú, dovrebbe, secondo Kundera, svuotarlo di significato. mentre se ció che viviamo si ripete centinaia di volte, siamo gravati da un peso indicibile. Ció che non si ripete é leggero, privo di responsabilitá. La mia filosofia di viaggio, lungi da voler competere con quella nietzschiana, é esattamente opposta. Proprio perché ogni attimo non tornerá mai pié é un crimine sprecare anche un solo istante. Non c’é un “cras”, un “domani”, come quello del pigro corvo che rimanda, é tutto qui ed ora. Resta da spiegare perché non funziona cosí bene ovunque e a prescindere, che forse basterebbe questo a togliere ruggine all’abitudine e ad aggiungere poesia alla routine. Spiega invece perfettamente la mia insofferenza per l’attendismo, l’irascibilitá e l’impazienza per il traccheggiare.

Ma siamo sopravvissuti, per la prima volta a condividere spazi e tempi (nella metropoli, mi suonava bene, mi sa che c’ho un attacco di ruzzo, #rio) cosí. Dicevo, siamo sopravvisuti per la prima volta a condividere spazi e tempi cosí intrecciati, perfino a volte ci siamo svelati e compresi di piú. La sincronia é una magia difficile, in viaggio é un incantesimo raro. Non era cosí che immaginavo questi giorni, forse avevo bisogno di piú entusiasmo e leggerezza. Ma mi porto via dei momenti che io ho inteso di condivisone profonda, di sinceritá a volte tagliente, di un linguaggio che prescinde dalle parole.

Se saremo bravi smentiremo l’eterno ritorno, e ció che non ritorna avrá un peso o ci cambierá ancora, un po’ ad ognuno a modo suo, un po’ in una giovane amicizia. 

 

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