Miseria e nobiltà

Due semplici, sintetiche frasi sono sufficienti a guadagnarsi la mia antipatia. Il tizio in questione è un messicano di cui è perfino irrilevante ricordare il nome, conoscente di conosciuti in una birra veloce nel quartiere vicino casa. È qui per lavoro, si occupa di logistica per squadre di calcio, al momento tale León. E dire che per un momento mi era stato pure simpatico, quando mi ha detto di aver vissuto ed amato Madrid. Poi gli chiedono, di lui, con il lavoro che fa, ed il calcio. E pur ammettendo che c’è del calcio che lo fa piangere, risponde che lui lo vede in un’altra maniera, “Como un negocio”. Ecco perfetto, questo non lo dovevi dire. La seconda e definitiva ragione che gli permette di vincere un biglietto omaggio per il prossimo treno per la Siberia era già stata preannunciata dall’isterica e irritante risatina quando qualcuno, in pieno fraintendimento, gli chiede se è boliviano. Li per li non colgo, ma la Bolivia viene di nuovo evocata e lui ha il coraggio di dire che è brutta. Ha visto Santa Cruz, “dicono sia il centro sviluppato ma non ha niente” e la Paz, “nella strada dall’aeroporto ho visto solo povertà, povertà e ancora povertà”. “Nutri l’odio migliore”, dicevano i Marlene. Non credo che parlassero di odio di classe ma tant’è. Non si butta via niente a Gutierrez, sia una bustina di te’ avanzata, del pane duro ancora buono per essere ammorbidito nell’acqua calda di un caffè. Si condivide, senza nemmeno chiedere, un pane spezzandolo in pezzetti, un mate, il poco denaro che c’è. La cultura guarani condivide, dice Nicolaza. Sempre si offre qualcosa a chi giunge, le insegnava sua nonna, sia un bicchiere d’acqua, se non c’è da mangiare, sia “asiento”, un posto per sedersi, se non c’è altro. Ho provato imbarazzo, e colpa, a partire per un viaggio, davanti a chi non comprende perché una Ong italiana si rifiuti di farli salire sul cassone, forma consueta di viaggio. Mi sono vergognata e a disagio ad avere uno Smart phone, un iPod, una macchina fotografica, con ragazzi che quando usano il mouse ricordano mia madre agli inizi del suo rapporto con l’informatica. E poi arrivi a Rio, sentendo parlare di fusioni, investimenti da un milione di euro, gente che viaggia molto per lavoro, gestendo la parte commerciale di un’azienda che si occupa di commercio di metalli, o che lavora per un’azienda che si occupa di “risorse naturali”, che a casa mia non sono commercio ma diritti, o bisogni. È sabato sera, raggiungiamo Guillermo nel ristorante di un amico che ne ha un altro paio in Rio, uno in San Paolo. Lui arriva beve un cocktail che nemmeno sa cos’è, ci fa assaggiare qualche spuntino. Cuore di palma alla griglia, tapioca con pesce crudo, simil asparagi con burrata, empanadas di carne. “Cucina tipica brasiliana attualizzata”, li descrive. Ambiente apparentemente semplice, lampade ricavate da vecchie pentole, “un’idea dell’architetto”, spiega. Al tavolo all’ingresso, all’esterno, sembrano modelle, al nostro, gente elegante, curata. Io e la mia inappropiatezza risaltiamo. Shorts di jeans, birkenstock, maglia stracciata dei tear me down e fascetta rockabilly. “Il tempo cambia”, dice la scritta sotto una donna degli anni ’50 che accende una molotov. Vi toccherebbe, non per quello che siete, siete pure buona gente, ma per quello che rappresentate. Brutta la Bolivia perché povera, bello sarebbe se ti si togliesse tutto quello che hai per ripartirlo tra i boliviani. I documentari e gli scritti sul Che, sempre parlano del suo viaggio per il Sudamerica, come la presa di coscienza, la consapevolezza. Realizza, il Che, l’immensa povertà di questi luoghi, le ingiustizie radicate e violente, e sogna un Sudamerica unito, libero, giusto. Il tempo è stato inflessibile, implacabile, e i volti per e con cui ha combattuto, per i quali ha trovato la morte, ancora gridano e imprecano giustizia. Cosa ci faccio, io che ho avuto tutto, in mezzo a questa gente che sa ancora cos’è la fame e ancora scuote le spalle dinanzi alla morte, crudele sorella dalle visite improvvise? Che cosa ci faccio qui, io che non ho avuto niente, che non ho il vestito buono per la festa del fashion week, che ogni centesimo è pensato. Tra due giorni sono a casa, a Gutierrez, e mai come ora sembra lontana. Di nuovo mi sono abituata alle comodità occidentali, di nuovo si ritorna nel regno dell’incertezza, niente è scontato, niente è sicuro. Di nuovo a Guido, a spasso tra i miei pensieri, diffidente e aggressivo quando gli si racconta ciò che non può vedere.
Forse mai vedrai tutto questo, forse mai sentirai quello che sento io. Ma è più amaro che masticare coca, più di un mate servito dagli uruguaiani. C’è uno spazio nei miei occhi, nei miei nervi, nella mia bocca, dove ci sei, dove ci siete. Sputo di sdegno e di rabbia. Forse no, non sarò più la stessa, forse no, non si può essere più gli stessi. La felicità non può esistere, diceva una vecchia frase, se non è condivisa. La felicità condivisa, si potrebbe aggiungere, non può esistere senza giustizia.

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