Siate sempre capaci…

“L’hai mai visto il mare?”, chiedo a Guido, seduti nel retro dei dormitori. “Si”, risponde “nei film”. Poi aggiunge che vorrebbe viaggiare perché non sopporta che la gente “se la charle”, “se la racconti”. Mi è capitato di pensare a lui in questo primo giorno a Rio. Sono al mare, quel mare che lui non ha mai visto. Questo mare è sconosciuto anche per me, Oceano potente ed immenso. È la prima cosa che si vede arrivando, le luci della città, i grattacieli e le palme, ed il mare. Potrebbe benissimo essere Miami, così come i film l’hanno raccontata anche a me. L’aereo inizia a perdere quota, fa una curva e si dirige verso la pista d’atterraggio, con la consueta sensazione di stare per entrare nel mare. All’uscita dell’aeroporto l’aria umida dell’oceano che, vedrò, di sera crea come una nebbia, che nasconde il paesaggio ed il mare stesso. E la metropoli, dodici milioni di abitanti, le strutture turistiche, il lungomare semi deserto in questa fine estate. Rio è l’occidente, di nuovo, più violento che mai. Siamo ospiti a Lebnon, quartiere ricco sul mare. Il nome, non so perché , mi sa di Palestina, forse Hebron, forse perché così mi immagino la ricca Israele, occidentale e arrogante giusto accanto a miseria e dignità. Cose minuscole, come far pipì e buttare la carta in un cestino ti rivelano come si stiano radicando nuove abitudini. È circa un mese che non faccio una doccia calda, se si escludono le rare volte in cui ne ho riscaldata un po’. Così come poche sono state quelle in cui l’acqua usciva dalla doccia e non dalle bottiglie. La partenza e l’arrivo sono le due facce di questo infame mondo. Parto da Gutierrez alle quattro del mattino. Ha piovuto di notte e, come spesso accade, è andata via la luce. Tutto il pueblo è immerso nella più totale oscurità e silenzio. La strada è una palude di fango. I cani abbaiano al mio passaggio mentre tutto dorme. Tutto si muove, invece, al mio arrivo. La città non dormirà di certo, le luci non si spengono. In molti lavorano ancora, come il vigilante che 24 h su 24 veglia sulle case di questi quartieri. In casa stanno guardando una partita della coppa libertadores, sorseggiando buon vino in calici di vetro. La Rio che si prepara ad accogliere il mondiale e le olimpiadi, nascondendo miseria ed emergenze sociali, ci sta riuscendo benissimo. Voglio andare al centro, “downtown” pure qui per cercare il carattere di questa città. Nico mi segue controvoglia, preferirebbe un’abbronzatura da portare a casa come souvenir. L’itinerario è casuale ed approssimativo. L’autobus risale Avenida Rio Branco, lasciandosi il mare alle spalle ed iniziano a vedersi i primi edifici storici. Lo stile è, nella mia ignoranza, coloniale ed elegante. Infilandosi nelle strade ad ovest dell’Avenida finalmente inizio a sentirmi un po’ in Sud America. I palazzi tornano ad essere decadenti, scrostati, a volte abbandonati. Nicco amava la decadenza di queste città un tempo belle e ricche e non credo ne capissi la ragione. Questo inclemente segno della ricchezza che fu è l’essenza del (mio) Sudamerica o forse della mia Bolivia. Ricchezza che è sempre stata degli altri, mentre le case basse boliviane, affacciate sulla strada risplendono di colori vivaci, tra tutti il verde acqua. Ammesso che le compagnie telefoniche non si siano impossessate delle modeste facciate per fini pubblicitari. I palazzi coloniali da cui siamo partiti, un po’ di tempo fa, qui sono per la maggior parte in buone condizioni. Rio è opulenza più che decadenza. Nel girovagare ci imbattiamo nel Parco della Repubblica, pericoloso fuori dal viale centrale, ci dicono due studentesse di un istituto tecnico che stanno lavorando ad un progetto per il recupero della storia del parco. Le strade sono piene di frutta, di chioschi semiaperti che vendono succhi di frutti dai nomi sconosciuti, acqua di cocco e varia rosticceria di carne, di pesce, di verdura. Alcuni bar hanno, ai miei occhi, uno stile spagnolo, con le mattonelle di ceramica e l’arredamento anni ’50. Si vedono, finalmente, carretti ambulanti. Ci imbattiamo nella chiesa di S. Francesco da Paola, dall’interno, a naso, barocco. E, infine, il teatro municipal, un’occhiata gettata rapidamente, Nico vuole andare in spiaggia. La cosa più sorprendente di Rio è che cambiando quartiere ti dimentichi di essere sempre nella stessa città. La spiaggia, gente atletica e palestrata, il centro, eterogenea fretta, Santa Teresa rilassata e bohémien, Lapa nottambula e festosa. Dove sono le favelas ed i suoi famigerati bambini? La colla, i travestiti, le danze? Oltre lo stereotipo e le descrizioni da cartolina è la vita quotidiana a dare dimostrazione delle immense diseguaglianze. Ne parliamo con Guillermo, nostro anfitrione. Dice che questi processi sono lunghi, che cent’anni, dalla fine della schiavitù, sono pochi per recuperare le differenze acquisite. Dice che l’educazione stessa, mezzo di emancipazione, richiede generazioni per radicarsi. È il caro vecchio discorso sul merito, che considera meritevoli quelli che sono partiti in vantaggio. Cosa può fare un’istruzione pubblica e gratuita di fronte alla Columbia University, ai viaggi in tutto il mondo, ad un’infanzia cresciuti in un attico con piscina? Come può essere “meritevole” Ivana, cresciuta in una casa senza nemmeno le pareti, di plastica, con una coperta in tre, cuginetti stretti nello stesso letto. Come pensare che con il duro lavoro si ottiene la ricchezza, se Ivana lavora duro da quando ne ha sei, vendendo frutta e verdura, lavorando nell’orto, seminando e raccogliendo mais e zappando un ettaro di terra. Regalando, poco tempo fa, una casa vera alla nonna che l’ha cresciuta, lavorando come muratrice con i cugini, nel fine settimana, mattone su mattone. Ivana ha 18 anni, la stessa età della sorella di Guillermo. Lei li ha festeggiati nel suo attico con piscina, da un lato si vede la spiaggia, dall’altro il Cristo. Anni fa parlavo con un ingegnere gestionale, amico di mio fratello a cui voglio bene. Il nostro disaccordo, tra le altre cose, riguardava l’origine della ricchezza. Da un lato l’idea che non si possa essere ricchi senza aver procurato la miseria di qualcun altro, dall’altra il valore dell’onesta’, di una ricchezza onesta che non fa male a nessuno. Il sistema stesso in cui viviamo funziona così; possiamo assolverci pensando che non è direttamente colpa nostra, possiamo pensare che facciamo la nostra parte cercando di cambiare il mondo (?), leggendo della stampa alternativa o chiudendoci in ghetti di avanguardie dell’inazione ma perché la diciottenne possa avere il suo attico su tre piani è necessario che Ivana non abbia soldi per operarsi alla cistifellea e che la Tekove debba trovare il modo di pagare l’operazione di appendicite di Lorenzo. Bianchi e neri vivono in armonia da queste parti ma non ce n’era uno ieri alla festa di compleanno. La porta di casa si apre però quando c’è da pulire, come per questa donna che sistema e ordina la casa di un giovane avvocato trentenne che si occupa di fusioni tra aziende. Fisici scolpiti da pesi e flessioni, da esibire in spiaggia, forme rotonde nel Chaco, dove si mangia pane, riso e patate e si fa colletta per la Festa del Papà, per comprare una gallina. L’equità, insegnavano durante le lezioni alla Tekove non è la stessa cosa per tutti ma cose diverse secondo quello che si ha. Salgono le lacrime davanti alle disuguaglianze che hanno come altro nome ingiustizia. Ma le nostre lacrime, “le lacrime che dai nostri occhi/ Vedrete sgorgare/ Non crediatele mai/ Segni di disperazione/ Promessa sono solamente/ Promessa di lotta”.

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