Mosaico

Le parole sono sempre mie alleate. Molte volte penso più e prima di sentire. E resto disarmata quando quello che sento non è esprimibile a parole. In questi momenti vorrei poter disegnare per fermare le immagini, i ricordi. Istantanee emotive, un linguaggio nuovo e potente. Se fossero colori sarebbero azzurro e verde, e il colore della paglia dei tetti della capanna e del salone. Sarebbe il nero, degli occhi e dei capelli, la pelle scura e le mani dalle dita lunghe e sottili. Il buio della notte, quando iniziava a piovere in un momento che non sarebbe dovuto finire mai. Caldo quel buio, avvolgente e protettore, come gli alberi che fermavano la pioggia, diverso da un altro buio, in cui potevano nascondersi spiriti e leggende.
Il sole cocente delle partenze, tutti sulla strada, aspettando un trufi, una flota o un auto qualsiasi che li tirasse su. La carreggiata abitata da uomini e donne, che ne ridisegnano le funzioni, le valigie sul ciglio della strada, gli abbracci prima di sparire dentro un autobus, e un portachiavi a fora di pesciolino, ultimo inatteso regalo. Non mi stanco di guardarli, non mi stanco di riavvolgere e riavviare il film di quegli istanti semplici e densi.
Forse non tutto si può condividere, trasmettere, descrivere. Il vuoto quando la vita della scuola sembra ritornare alla normalità, ma al tempo stesso, il tempo sembra essersi fermato, l’assenza è palpabile, evidente.
Il borsone sulle spalle, una mano che saluta d un lato del cancello, l’altra mano che prosegue la sua strada.
Il dolore della separazione, la gratitudine per la condivisione. L’affetto così precario, e intenso, e plasmante.
Se solo potessi trasformare questo vuoto nello stomaco, questo senso di pesantezza e questa coperta grigia, sarebbero il suono di un grido e di una risata.
Le strade ci fanno incontrare, poi si separano, ognuno proseguendo per il proprio cammino. Ed è un bene, lo so, ed è giusto, lo comprendo. Però oggi è ancora come un taglio con un foglio di carta, inavvertitamente doloroso. Sorprendente perché inatteso ed anche un po’ banale.
La musica è in loop, la musica che ho ascoltato con voi, che vi ho visto ballare, piedi nudi e pantalone risvoltato da un solo lato, “así bailan los cambas”, mi avete detto.
“Ay que dolor mi padecer
Tal vez se cure en otro
Querer”

Verrà il tempo per altri affetti ed altre emozioni, ma ora è tempo di malinconia, di una despedida lenta mentre ancora li guardo, e non mi rassegno, allontanarsi.

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