Dentro/fuori e un amico lontano eppure così vicino

Torna il sole mentre stiamo sorvolando, suppongo, il Brasile.
L’iPod manda reggae music, ritmi in levare per risollevare l’umore. La playlist l’ha fatta Luis Clarín, di musica che avrebbe voluto gli passasi. È sabato pomeriggio, sto tornando verso la scuola da camera mia. Il giorno prima si è mostrato fragile. “Non siamo qui solo per le lezioni”, gli ho detto, ci cercheremo dopo, ci promettiamo. Non ce n’è stato il tempo, e quando lo riconosco, da lontano, torno indietro. Non per dire qualcosa, solo per esserci. Sono a fare il pane, la mattina si impasta, si preparano i panini, di pomeriggio si inforna. L’imbarazzo è rotto in un istante, la proposta è di provare ad infornare. Il forno e in terra cruda, o almeno credo, da un lato c’è l’apertura per la legna, dall’altra quella per il cibo e sulla cupola un tubo per il fumo. Lo sportello è un coperchio. Il pane si inforna inserendo le teglie, che poi sono lamine di metallo usurate dall’uso, aiutandosi con un tubo di ferro, curvo alle estremità. Con uno straccio si tiene un lato della teglia, il tubo funge da seconda mano. L’equilibrio è precario ma pensavo peggio. Il pane si cuoce da un lato per 6-7 minuti, poi di tira fuori e si rigira. A fine cottura si contano e si mettono una grossa pentola. Ogni tanto passa qualcuno a prender un pane, qualcuno cucina per la cena sorseggiando mate. Luis mi passa la sua musica, poi ascolta la mia. Non parliamo di niente, non è il momento o forse, mi piace pensare, non è necessario.
Anche Sabato scorso ero qui, i ragazzi giocavano a calcio, le ragazze facevano il pane e mateavano. Mi sono seduta con loro, portando gli smalti che mi avevano chiesto. Mi invitano a ballare, sono poche, mi dicono. Un onore nonostante il panico prima del Sabado Cultural.
Le ultime due settimane, di fatto, sono la ricerca di un equilibrio, come tentare di attraversare un fiume su un tronco, misurando distanza e vicinanza. Chi sono o, qual è il mio ruolo, posso davvero essere una in più tra loro? Posso essere complice? Posso chiedergli di conoscermi, capirmi, amarmi? No, probabilmente, non è questo il mio spazio. Probabilmente sono mie necessità, è il mio bisogno di non essere sola e per tanti versi sino loro ad essere più simili a me. Il timore di essere stata invadente, inopportuna. Come si fa a vivere senza confronto, senza sapere Como appare agli altri ciò che si fa? L’altro come specchio che ci rimanda un’immagine di noi che però è anche un po’ dell’altro. Ma senza specchio ci si può sentire bellissimi o bruttissimi, ed alle volte mi capita di vacillare un po’ e non sapere, non tanto come sono ma come arrivo. Così l’altra sera è bastata una frase per farmi sentire invadente e puerile, ed ho rimesso in discussione tutto e mi sono allontanata. Servono queste ricentrature, ma senza tragedie. Ne avrò sbagliate di cose, sicuramente avrò avuto bisogno anch’io di ricevere da loro e qualche volta avrò imposto la mia presenza. Ma conto fino a dieci e vado a distribuire gli adesivi che ho preparato come ricordo. E finisco a tomar mate con le ragazze, fuori dal loro dormitorio, dopo aver ricevuto abbracci e occhi lucidi, e fumare una sigaretta vicino ai dormitori dei ragazzi. Guido lo fa due volt in due giorni, la seconda quando mi vede spuntare in lontananza. “Shilvia”, mi dice, prende una sedia e la prepara per farmi sedere.
Non tutto è reale, non sempre sono in grado di rivestire un ruolo che non è il mio senza essere io. Ma qualcosa in fondo c’è. È per una volta non è competizione, e se mi hanno dato più di quanto abbiano ricevuto, se mi cambieranno più di quanto io abbia cambiato loro, se li ricorderò più di quanto mi ricorderanno loro, che importa?
Oltre le parole, gli occhi hanno parlato, le emozioni si sono riconosciute, le risate si sono confuse tra loro. Quando avvengono queste magie non si rompono con stupide domande.

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