…nella casa degli specchi

“Ma non ti senti sola?”, “Ma non ti manca la tua famiglia?”. Qualche volta è capitato che me lo chiedessero. Ed ero sincera quando rispondevo che, in realtà, ero dove volevo essere. Che succede di pensare a ciò che amo, ma, al tempo stesso, Tekove, e il viaggio, mi hanno sempre riempito la testa ed il cuore. In questa settimana, invece, qualche momento di nostalgia. Non so, in realtà, se chiamarla nostalgia. Kundera dice che la nostalgia e il dolore (àlgos) del ritorno (nòstos). Il dolore degli esuli che non possono tornare. Non è questo, so che tornerò e, forse come mai prima, sento vicino quello che è lontano. Sento la forza dei legami forti, e pure di quelli deboli. E questo è merito delle persone belle che ho avuto la fortuna di incontrare e di quelle grazie alle quali esisto. Ne riconosco la pazienza, la stima, l’affetto. Non mi sento sola, perché le persone che amo ci sono, ci continuano ad essere, anche qui. Però, quando arrivano i momenti di sconforto, ed arrivano, penso alla mia vita. Alle piccole abitudini, cucinare ascoltando musica e bevendo il vino della vineria di via Nizza, le strade di San Salvario ed il mercato; le serate matte, quando il mattino non è l’inizio di un nuovo giorno ma, ben che vada, la fine. I concerti ed il pogo, le biciclette da Carmen e le serate a fare chiusura. Le cene ad urlarci addosso, tutti con la voglia di parlare. Le strade da “attraversare”, a volte di corsa, il cuore e la testa. L’adrenalina, la rabbia, la forza di stringere i denti ed andare avanti. Siamo un paese sviluppato, non ci manca cibo, acqua o luce, ma sappiamo che vuol dire resistere e reagire, e pagare, o vedere pagare ad altri a noi vicini, il prezzo dei sogni. La mia terra, amara ed amata, i fratelli di una vita, percorrendo sempre strade diverse ma rimanendo sempre lì. Più di una volta ho sentito, qui, la necessità di condividere chi sono, le mani, le voci, le menti, le emozioni che mi hanno costruito. A volte ci si sente incompresi, o meglio incomprensibili, col timore di svelarsi. A volte sembra che la sola e semplice condivisione dicano più di mille parole, e qualcosa di me, di profondo, arrivi e penetri negli altri.

Sempre stata testarda, Capatosta, come un libro che mi regalò mia mamma da bambina e sognatrice cinica, di quella stoffa che porta la gente a dirti che è così perché sei giovane, crescendo capirai. Sindrome di Peter Pan a parte, giovane non dovrei esserlo quasi più, ma così resto. Non ho mai amato le regole, le imposizioni, i divieti e gli obblighi. Ironico che poi me ne metta io, e di rigidi. Ma non è questo il punto, ora. Il punto è che ho sempre provato a portarlo nel lavoro, io che quasi sempre lavoro con le persone. Ci ho tentato con i bambini ed ora con gli adolescenti. Sì, anagraficamente i ragazzi e le ragazze della Tekove sono un po’ più che adolescenti, alcuni sono genitori a loro volta, ma spesso sono giovani ed acerbi. Per inciso, come se non ce ne fossero abbastanza di incisi, Tekove mi insegna, come mai prima, che essere in grado di riprodursi ed avere dei figli sono due cose che non hanno nulla in comune. Dicevamo, Tekove e le regole. Tutto inizia all’inizio di questa settimana. Avevo già accennato al caso di una studentessa che ha appena partorito e, sulla quale, avevo sentito due versioni. Quella dei “grandi” è che si è deciso, tutti concordi, che torni a casa ad occuparsi di suo figlio, per tornare alla scuola il prossimo anno. La versione dei compagni e delle compagne di studio, invece, era che la ragazza era stata cacciata contro la sua volontà. Al momento sono almeno tre le ragazze che hanno avuto da poco un bambino, e tre o quattro quelle attualmente incinte. Svariate altre, ed altri, hanno figli dall’uno ai dieci-dodici anni. Molte madri sole, alcune che studiano con l’appoggio del compagno (poche volte marito) e delle rispettive famiglie. Insomma, il punto è che la ragazza che ha partorito vuole tornare a scuola, ci viene con il bimbo, con la mamma. La direzione, però, è contraria al suo ritorno. I compagni di corso si dicono disponibili ad aiutarla, la madre pure, affitterebbe perfino una stanza a Gutiérrez perché lei possa allattarlo durante le pause della lezione. Una famiglia benestante, ovviamente, una delle pochissime. Lei è una madre sola, il figlio, a quanto dicono, è frutto di una relazione temporanea con un uomo sposato. Questo, ovviamente, non manca di essere giudicato dai più retrogradi. Insomma, per averci un figlio così, da un uomo sposato, e mettersi maglie scollate e ad avere avuto (così fanno intendere) una cotta per un volontario italiano anni fa, non si può che essere considerate un po’ puttane. Di sante, fino ad ora, non ne ho viste granché. Insomma, parte la bambola. I ragazzi (dico ragazzi perché mi capita di parlarne soprattutto con maschi) sono furiosi. Furiosi secondo la pacatezza che li contraddistingue. Dicono che gli si riempie la testa di discorsi sul termine “comunitario”, che vuol dire che le decisioni le prendono le comunità, sulla partecipazione, sulle assemblee ed invece c’è molta arbitrarietà, troppe regole che loro nemmeno conoscono e che apprendono infrangendole. Io, figurarsi, mi accendo. Li appoggio, gli dico che noi volontari siamo qui per questo, per poterli aiutare, per poter mediare, perché abbiano uno spazio loro, perché possano essere ascoltati senza giudizio e senza paura di ritorsioni. Quest’ultima considerazione mi nasce dalla storia di Ivana, che un giorno racconterò, e dalle storie di aborto provocato. I ragazzi e le ragazze il giorno dopo entrano in massa in direzione, chiedendo spiegazioni, esigendo che la ragazza rimanga. Temo di aver creato la tempesta, ma poi mi sembra che non sia dipeso da me. Comunque, la persona a cui si rivolgono, che è una suora generale che viene a fargli lezione una settimana al mese, si fa venire una crisi di nervi, si sente minacciata e viene convocata d’urgenza una riunione generale nel salone. A quanto dicono i ragazzi, non c’è possibilità di dialogo. La decisione la prenderanno loro, anzi, forse è già presa. Ovviamente, sto dalla loro parte. Ma come si fa a parlare di libertà di un popolo se, per prima questa scuola, non forma uomini e donne libere? Ma dov’è la coerenza tra quanto insegnato e quanto praticato? Ma quante regole per questi uomini e donne, per molti versi, già adulti? E quello che voglio praticare con loro, infantile idealista, è la mia personale, ignorante, pedagogia libertaria. Contraria ai castighi per i ritardi, all’assistenza obbligatoria, alla richiesta di permesso per uscire dall’aula. E, da persona adulta e razionale, spiego in più occasioni che non c’è problema se vogliono mandare un messaggio, o uscire a parlare un attimo, o dormire, ma che mi si dica. Cercherò di comprendere le loro necessità. Bene, simpatica storiella. Poi arrivi un giorno in classe e non c’è nessuno. Arrivano mezz’ora in ritardo, qualcuno chiacchiera fuori come se non ci fossi (non s’era davvero accorto che c’ero, mi dirà poi). E quindi mi altero un pochino e infiocchetto parole sulla disponibilità, la correttezza, il rispetto e blah blah blah. Bene, le volte successive siamo tutti puntualissimi e mi illudo che il metodo funzioni. In fondo qualcosa gli starò comunicando essendoci sempre, per prestargli il computer e per fare ricerche su internet alle sette del mattino e per insegnarli a cambiare la foto profilo e di copertina su facebook. Ciò che semini raccogli, o qualche similare profana concezione del Karma. Fino a Venerdì. Rimaniamo bloccati ore a cercare di decidere che cosa si farà nella lezione, perché non voglio imporlo (mi faccio ridere da sola), tanto che arriva l’ora della pausa e del “refrigerio”. Erano giorni, mi sembra, che non ce n’era, ed oggi invece c’è. Dato che abbiamo iniziato 40 minuti in ritardo chiedo ad uno di loro di portarne per tutti e continuare. Lui ne porta un paio, poi esce di nuovo, credo, a portarne altri. Invece no, lo vedo ripassare a mani vuote ed in un’altra direzione. Va a riprendere il telefono in carica o farselo prestare da un’amica, non ricordo. Gli dico che penso che questa cosa non sia poi così urgente e gli chiedo di rientrare. Ne esce un altro, per andare a prendere una sedia. Non torna e vado a cercarlo. E’ appoggiato allo stipite della porta del comedor, aspettando una compagna che gli avrebbe dovuto prestare del paracetamolo e non so che…Mi altero e gli dico che ora si va in classe, e bestemmie varie. Mi sfogo un po’, li rimprovero e penso che il metodo libertario abbia bisogno di tempo per funzionare.

(segue)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...