Descanso

Samaipata, in quechua, vuol dire “riposo tra le alture”. Decisamente a proposito, dato che il viaggio era iniziato a Uyuni alle 9.30 del Giovedì mattina e finirà a Samaipata alle 13.30 del Venerdì. L’arrivo è sotto una pioggerellina fina, dicono che sia il rifugio dalla calura cruceña, Samaipata. Per me è la città dei cani, comunque numerosi ovunque. Sarà perché mi trovo in mezzo ad abbai incrociati e quasi finisco con un morso nel polpaccio. L’adrenalina non mi permette di usare la frase che mi ha insegnato Beti, più paurosa di me “San Roque, San Roque, que no me mire y no me toque”. Ma Samaipata è molto di più.

E’ l’ostello che raggiungo su consiglio di un negozio fricchettone. Al Jaguar Azul si arriva percorrendo una discesa che parte dal mercato e sembra condurre ad una discarica. E’ uno sterrato con prato, pozzanghere, pietre per guadarle e scalini di copertoni. Si apre ad un cancelletto di legno, altra scalinata di pneumatici, questa volta decorati con tronchi di legno e si arriva all’ostello, che è anche camping. C’è molto prato, per le tende, una zona giorno semi-aperta, dove c’è la cucina, e un’amaca. L’umanità del Giaguaro sarebbe possibile scritturarla per un film. Javi e Julie sono una coppia, lui spagnolo, lei francese. Lui giocola con le clave, lei è figlia di sessantottini. Sebastian è cileno, si busca la vida come può, fa il volontario nell’ostello e produce bigiotteria con filo e ferro per provare a tirare su due lire. Ne guadagna un po’ grazie ad i regali alle amiche. Poi c’è Erwan, francese, non so bene che faccia nella vita, a parte suonare musica elettronica. Poi ci sono Ruyer e Marc, catalani, indipendentisti. Ruyer lavora in una cantina, Marc prepara cocktail. E poi Gustavo, attempato argentino trasferitosi in Bolivia, anche lui sembra vivere come può. Lavora alla Isla del Sol, a Copacabana, fa il volontario qui e lavora nel ristorante del padre del proprietario dell’ostello. E’ fissato con la psicoanalisi, in particolare con Lacan. Ci becchettiamo un po’ ma quando questo accade sembra sbronzo, quindi lascio perdere. L’ostello promuove la vita comunitaria, si cucina e si mangia insieme. Credo sia anche un modo per sopravvivere di una cricca di spiantati. Samaipata è un paesino, umile e turistico, ma i dintorni sono pieni di attrattive: c’è il parco Amborò, un rifugio per animali tenuto da una signora di mezz’età, immagino fricchettona pure lei, il Fuerte, le cascate. Qui vicino c’è la ruta del Ché, i luoghi della guerriglia in Bolivia, fino alla sua tragica morte. Samaipata vive di turismo, artigianato, produzione di miele e propoli, vivai. Il tempo a disposizione è poco, decido per il forte e le cascate. Il mood è economico, quindi si cerca un taxi economico che ci porti al Forte, nelle poche fasce orarie in cui si possa accedere, perché stanno facendo dei lavori per sistemare la strada. E fanno bene. Troviamo un taxi che ci porta su per 15 bs a testa, solo andata. Abbiamo in mente, io ed Erwan, che mi accompagna, di riscendere a piedi, ma saremo smentiti. El Fuerte, rovina pre-incaica, si trova ad 8-9 km dal centro di Samaipata, dei quali quasi tutti su questa strada interna. Il terreno è argilloso, dire che non dà sicurezza è un eufemismo. Ma, ad ogni modo, si arriva in cima. E’ ancora nuvoloso ma presto smetterò di desiderare il sole. Samaipata è nella selva, quella del Ché, circondata da montagne e da nuvole. Siamo in un paesaggio incantato, le nuvole sotto di noi. Il percorso è ben organizzato, in legno, con miradores e una flora mai vista, sorprendente. Credo che la natura, in questo luogo, superi l’opera umana, nonostante quest’ultima sia ben tenuta ed antica. Si visita la Roca esculpida, interamente scavata nella roccia; si vedono tracce dei cinque templi, le nicchie destinate alla conservazione delle mummie. Poi c’è il settore abitativo-amministrativo, dove ci sono le case incaiche, una casa colonica spagnola, la piazza con i magazzini ed il mercato. Ma soprattutto, la natura. Le piccole piante carnivore, i fiori dai colori insoliti. Iniziamo la discesa e dopo poco ci tira su un pick-up. A bordo un signore brasiliano, residente in Bolivia ed un tot di gente che è venuta a trovarlo. Vive a Santa Cruz, e lì stanno andando. Esattamente la strada che dovremmo percorrere, in qualche modo, per arrivare alle cascate. Ci lascia lì davanti, altro viaggio nel cassone, vento tra i capelli ed impressionante vista della selva. Las Cuevas sono dietro un cancello, ingresso 10 bs, percorso naturalistico e tre cascate. Le piante, i fiori, le farfalle sono impressionanti. Sembra di essere in un documentario sulle piante tropicali. Risaliamo il fiume, che fa una pozza, con una piccola cascata, poi un’altra, con cascate più grandi, ed infine la terza, dove facciamo il bagno. L’acqua è fredda, ma piacevole. Si può poi risalire la cascata, e guardarla dall’alto. E risalire ancora un po’ il corso del fiume.

La particolarità di Samaipata è l’eterogeneità di culture riscontrabile nei suoi abitanti. I tratti somatici sono spagnoli od europei, quechua e guaranì. Alcuni europei, mi sembra di capire, sono arrivati relativamente recentemente, ma molti sono qui da secoli. E’ il primo luogo dove si vedono occhi chiari, ad esempio. E’ diverso da quanto ho visto finora; non è la Paz, moderna ed indigena, né Santa Cruz, in maniera diversa occidentale e tradizionale. Non è nemmeno Oruro o Potosì, altipiano freddo e lavoratore. Né Sucre, turistica e giovane. E nemmeno, manco a dirlo, il mio Chaco, rurale e rovente. Infine, il viaggio verso Gutierrez. O meglio, l’attesa nell’ufficio della trufi. Un autista abbastanza giovane conversa con me. E mi racconta della sua infanzia, leggende sugli spiriti e superstizioni antiche che si mescolano con le moderne. Gli ufo, ad esempio. Che qui si chiamano Ovnis, objetos volantes no identificados. O il duende, spirito maligno che mette incinta le donne. A volte, le leggende, possono pure servire.

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