Sollevando il tappeto…

Potrebbe essere disegnata come un pendolo questa oscillazione tra lo scrivere, il condividere e lo sparire. E’ che all’improvviso, dovevo essere solo qui. Tagliate le comunicazioni, quindi. Smesso di scrivere, anche solo per me. Smesso di fare, per esserci davvero. Tiempo pa’ mi, solo l’attimo, ed è serenità. Un po’ c’entra quel senso del dovere che mi schiaccia ovunque vado, che mi obbliga a fare le cose controvoglia. Permettendomi di non farlo mi regalo serenità. Fiduciosa nella comprensione, torno più piena di racconti e pensieri. In un certo senso è stato come assorbire, e lasciare che giungesse in profondità. Perché si riuscissero a vedere la necessità della scuola, le sue contraddizioni, i bisogni dei ragazzi e delle ragazze, quello che proprio non va. La scuola, e la popolazione guaranì, prima di arrivare qua, sono tanta illusione ed un po’ di idealizzazione. Un popolo che lotta per il riconoscimento, che ha un’organizzazione assembleare, l’Assemblea del Popolo Guaranì, che ha come priorità di intervento la produzione, le infrastrutture, la salute, l’istruzione, la terra ed il territorio; che ha ottenuto il bilinguismo nelle scuole, che ha delle proprie autorità nelle comunità, che ha fatto una marcia di due settimane, a piedi, per commemorare la sconfitta di Kuruyuki, dove il popolo guaranì vide morire 5000 persone. E da quel palco si parlava di identità, giustizia, riscatto, una lotta da portare avanti non più con arco e frecce ma con matite e quaderni”, per il futuro della gente guaranì. E così nasce una scuola, completamente gratuita per i giovani dalle diverse etnie indigene, che forma infermieri, tecnici di salute ambientale, assistenti sociali comunitari, che si impegnano a tornare nelle comunità per prendersene cura. Sono giovani scelti dalle comunità, di scarse risorse economiche, che arrivano da tutto il paese. Sono guaranì, guenagè, chiquitanos, qualche colla. Un lavoro immenso, durato decenni ed ancora in atto, dalle prime campagne di vaccinazione, con l’obiettivo di coscientizzare, di aumentare il protagonismo ed il potere. Per la partecipazione, la crescita collettiva. Poi, come sempre, c’è la realtà. Non vuol dire non vedere i meriti di tutto ciò, vuol dire continuare a camminare.
“Le ideologie sono libertà mentre si fanno, oppressione quando sono fatte”, diceva Basaglia citando Sartre. Vuol dire che anche le verità più rivoluzionarie, quando di realizzano possono appiattirsi nella routine e ricreare privilegi, disparità, ingiustizie.
Un mondo di liberi ed eguali non l’ho ancora visto, non fa eccezione la Tekove. Ci sono le differenze economiche, quello che mangiano i ragazzi non è quello che mangiamo noi. O meglio sì, perché ci portano vassoi dalla cucina, ma quasi sempre abbiamo già qualcos’altro e allora mangiamo doppio o avanziamo cibo. Da noi c’è frutta, a volte un po’ di formaggio o mortadella. Le ragazze fanno i turni, e spesso vengono a cucinare con noi, lavano i piatti e puliscono. Rientra nei compiti che si dividono il Sabato. Giovedì, prima di partire hanno chiamato due ragazzi perché ci aiutassero con gli zaini. Noi abbiamo case con scarico del wc, acqua calda (alcuni, alcune volte) e verande. Non ho mai visto i loro dormitori, ma penso siano ben meno comodi. Non saprei essere di meglio, di sicuro, di chi ha scelto di vivere qui la sua vita, ma l’essere estranea mi permette di vedere ciò che altri occhi non vedono perché c’è da sempre e sempre ci sarà.
Ci sono le regole, alla Tekove, ed il controllo. E’ una grossa responsabilità prendersi cura di 50-60 ragazze e ragazze in età prevalentemente adolescenziale, tempeste ormonali, identità in formazione ma io preferisco sempre gli strumenti alla disciplina. La maggior parte delle attività sono obbligatorie, si passa lista e si registrano assenze, che poi diventano castighi. Le ragazze alle dieci e mezza devono essere in camera, dopo di che si chiude chi è fuori ha una falta. I ragazzi non hanno orario ma di solito vanno a dormire alle undici. Tre ritardi a lezione sono una falta. E’ incoraggiato il riferire ai responsabili se qualcuno sta facendo qualcosa di sbagliato (delazione, mi piacerebbe chiamarla), tipo bere, fumare, non rientrare a dormire. Si cerca di limitare le uscite fuori, è per questo che c’è una piccola rivendita all’interno. Molte regole sembrano fatto perché nulla sfugga al controllo, specie i rapporti tra maschi e femmine. Ma allora com’è che fanno sesso lo stesso, le donne rimangono incinta e tutto prosegue come se nulla fosse? Quasi tutto, perché le madri poi lasceranno la scuola per un po’, per stare con i neonati, i li porteranno con sé a scuola, con la concentrazione che ne consegue. Gli uomini rimangono qui, studiano, giocano a pallone, ballano. A volte flirtano con altre ragazze. Ci è stato raccontato che una ragazza è stata allontanata per partorire e non tornare immediatamente, mentre l’altra versione è che tutti concordavano fosse meglio starsene un po’ con bebé.

Poi c’è l’aborto. Qui è illegale, mal visto dalla stragrande maggioranza della popolazione, condannato come atto immorale, condannato dalla religione. E accade così che una ragazza venga allontanata dalla scuola per aver abortito illegalmente, condotta immorale ancora più grave dato che si stanno formando professionisti della salute. E’ il compagno di lei che fa denuncia, portando documentazione sanitaria, lei dice di essere stata violentata, si ribatte che non è possibile perché vivevano insieme da tre mesi. E sebbene si possa immaginare che sia un tentativo in extremis, perché solo lo stupro permette ai più moderni di valutare l’aborto, bisognerebbe ricordare che non solo perché si vive insieme non ci può essere violenza, sia essa fisica, psicologica, sessuale. In ogni caso la ragazza le tenta tutte, viene a parlare con uno zio, ma inutilmente. E’ espulsa. Parlando poi con altre compagne si sente che lei aveva lasciato questo ragazzo e che lui le avrebbe promesso “se non torni con me giuro che ti faccio cacciare”. Si o si. Fosse vero, avrebbe vinto.

Le regole non si mettono in discussione, neppure quando le si è infrante per primi si rinuncia a “vendere”, come qualcuno dice, l’altro. Perché le ragazze hanno la chiusura della porta ed i ragazzi no? “Perché noi rimaniamo ancora un po’, mangiamo qualcosa…” Le ragazze no perché devono rimanere magre?, chiedo. Non ridono.

Neanche la vita fuori dalla scuola è perfetta. La Kuruyuki di quest’anno è la più discussa, molti assenti per divergenze di opinione, soldi del governo per ripagare le terre dei guaranì. Ma qualcuno si alza e dice: “Oggi le paghiamo con i soldi, ma quelle terre ci sono state tolte col sangue”.
Oggi i bianchi sono lì, a ricevere soldi, intramontabili sfruttatori.

Il bilinguismo, mi dice Guido, è più politico che reale. Si insegna a scuola, i bambini lo studiano ma non lo parlano Lo ascolta, dice lui, quando sua madre parla con i parenti in visita.

L’assemblea del popolo guaranì, a cui Flor voleva partecipare, non è mai iniziata. Descrive gente ubriaca, uomini.

Cosa succede al popolo guaranì? E’ in atto un processo di cambiamento che farà perdere identità e fratellanza? E che fare con questi giovani devoti e rispettosi? Una volta dicevamo al padre che era difficile farli interagire, partecipare in classe. Che fanno fatica ad esprimersi in pubblico. E ci è stato risposto che è un bene, perché sennò potrebbero diventare presuntuosi. Ribadisco la stima e riconosco l’età e la mentalità, accettando, contemporaneamente, il dubbio di essere io quella che non ha capito nulla.

Ma continuo a sognare, a cercare, oltre la retorica.
Non ne ho idea, ma sono sicura che si può continuare a camminare.

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