Oruro

Dovevo accorgermene dal viaggio che sarebbe stato complicato. Per fortuna la stanchezza ed il sonno abbastastanza profondo non mi hanno fatto rendere conto del tutto del fatto che abbiamo rischiato la vita più volte e che ad un certo punto ci siamo fermati perché la strada era bloccata. Mi sono accorta che qualcosa non andava alle 8 di mattina, a Cochabamba, perché dovevamo essere ad Oruro alle 10. Arriveremo all’una. 

Ad Oruro fa un gran caldo, non vedo l’ora di lanciarmi nel Carnevale. Ma si inizia ad intuire il leit-motiv della due giorni. Rincorrere cose, attendismi e necessità di coordinare più teste. Con un po’ di insofferenza da parte mia. In questo momento si tratta di aspettare gli olandesi, che in realtà sono anche il nostro gancio per dormire. Nostro perché ho reincontrato Attilio. Ci raggiungono quindi al Terminal. Marius e Ronel, un ed una olandesi, Milton di La Paz e Nair sua cugina di Oruro. Il piano, al momento, è dormire in tenda da qualche parte. Lasciamo gli zaini al deposito e saliamo verso la Virgen. 

Oruro, mi dice Nair, si sviluppa tutto intorno a questo cerro, sul quale troneggia, imponente e un po’ inquietante, un’enorme statua della Vergine col bambino, bianchissimo su un cielo celeste e limpido. Per arrivare in cima bisogna salire una scalinata e di nuovo il battito del mio cuore si può vedere ad occhio nudo, Ho portato le foglie di coca, le pastiglie per l’altitudine ma, a causa di un malinteso con Attilio sono rimaste entrambe nello zaino. Milton ci dice che qui su è meglio salire di giorno, perché di notte ci sono assalti e furti. Non finirà meglio di così. 

Riniziamo a scendere, le gambe tremano, sintomo ancora sconosciuto dell’altitudine, suppongo. Entriamo nella città, ora il Carnevale si sente, e si vede. I costumi, il trucco, le acconciature sono meravigliosi e non stento a credere che richiedano un anno di lavoro. Inizio a sentire l’aria della festa ed i morsi della fame, dato che sono le quattro del pomeriggio. E finalmente, succede. Ci propongono di mangiare charquekan da me ribattezzato Jackie Chan, o Shere Kan. Si mangia con le mani, e nel piatto ci sono patate intere bollite, mais, un uovo sodo e carne di lama essiccata. 

Finalmente ci dirigiamo verso la parada. La sfilata è lunga 4 km, lungo i quali sono montate gradinate, a pagamento. Girovaghiamo per le strade (ovviamente non abbiamo comprato posti a sedere), tra le bancarelle i bagni chimici e le costanti spruzzare di schiuma. Data l’assenza di doccia, quando non ti prendono negli occhi, sono pure piacevoli. E comunque, il divertimento sembra essere proprio mirare agli occhi. 

Sono quasi le sette quando mi fermo a prendere un gelato e la signora del negozietto mi racconta della tragedia. E’ caduta una passerella, di quelle che permetteva di attraversare la parata dall’alto, travolgendo alcuni musicisti e alcuni spettatori. I morti sono due, poi quattro, poi sei. Oltre 70 i feriti. Solo la mattina dopo Milton mi dirà che, se non avessimo fatto tardi, avremmo potuto essere nei paraggi, sulle gradinate. La parata prosegue, nonostante un minuto di silenzio e quattro o cinque giorni di lutto nel dipartimento. 

La festa qui prosegue, il livello alcolico si alza vertiginosamente, le lattine di birra sono raccolte in enormi contenitori, la puzza e i fiumiciattoli di piscio iniziano ad apparire e le bande di fricchettoni infestano l’aria. Qui si vede, davvero, il Sud America che ho sempre sognato. Hippies, alternativi, artigiani di tutto il mondo uniti, sono qui con le loro bancarelle di filo e argento, i didgeridoo e l’armonica a fiato. E dieci anni fa avrei tremato d’emozione, che era il mio posto, che era la vera vita. Ora sono contenta di aver conosciuto la vera Bolivia, le comunità, la storia scritta nei libri e quella custodita tra i sorrisi ed intuita negli occhi di Ibana, Guido, Angel, Benito, Florinda, Roxana e tanti altri. Sono ospite, turista, bianca e se questa terra la sto amando e ne sto capendo qualche frammento lo devo solo a loro. 

Non il giardino d’avventura e di anno sabbatico dei ricchi europei, così com’era stata riserva di oro e materie prime dell’Europa coloniale, né il tentativo di girovagare a costo zero di chileni ed argentini. La Bolivia, per me, ora, è la modernità che irrompe nell’assenza totale di comodità e diritti umani (bisogni, si potrebbe dire), è un senso di colpa antico ed attuale, quando dici che vai in viaggio a chi non ha soldi per tornare a casa o per andare a Camiri, da dove inizia un viaggio di studio. 2o bolivianos costa, circa due euro. 

E’ forse per questo che mi sento un po’ stranita mentre la gente balla come se fosse il parco Lambro, come se si stesse compiendo una magia, un trance rituale. Solo “Cariñito”, cantata e suonata da una ventina di sconosciuti mi regala attimi di pura felicità. 

Allo stesso modo il furto della mia macchina fotografica mi sembra quasi un inevitabile karma, come se l’universo dovesse riequilibrare i privilegi dell’uomo bianco sull’indigeno. Sì, mi rendo conto che è solo un misero tentativo di accettare che sia stata vittima di un abile (fino a un certo punto) ladro di strada. Quando, un paio d’ore dopo, anche Marius si accorge di essere stato derubato mi sento meno sola, la tragedia sempre meno evitabile ed una casa calda è quanto di meglio si possa desiderare. Dormiamo a casa di Nair, notte tormentata con numerosi risvegli, in ricordo della macchina fotografica ed anticipando le reazioni dei boss. Puoi andare lontano quanto vuoi ma non sparisce il bisogno di compiacerli e non deluderli. Anche Milton è mattiniero, e usciamo a fare la spesa per organizzare la colazione-brunch. Adoro l’America Latina e la sua frutta. Assaggio i guayaba, piccoli, gialli e succosi, simili a fichi d’India. Milton ci prepara il guacamole, che mangiamo col pane di Oruro o di Cochabamba. Oppure spalmiamo la palta (avocado) o il dulce de leche sul pane. 

Nel mentre la casa si risveglia, ed iniziano ad apparire cugini e zie varie, molti in post sbronza, assolutamente accettata e legittimata. Il re degli sbronzi sembra essere il capofamiglia, tornato a casa barcollante alle sei della mattina, teneramente rimproverato dalla moglie.

In molte culture il Carnevale è la festa degli eccessi, dove tutto è permesso, dove il popolino insulta e “tortura” il padrone, come abbiamo visto in Lucani e come, penso, dovesse essere pure qua. Ora è solo eccesso, furto, gente svenuta e barcollante. 

Torniamo alla faccia bella del Carnevale, con un po’ di fatica, da parte mia, ad abbandonare questa nuova famiglia orurese. E di nuovo ci infiliamo sugli spalti, il sole picchia forte, i colori abbagliano e le musiche echeggiano. E in men che non si dica è ora di partire. 

Il treno ci aspetta, ci porta verso una delle più grandi meraviglie della natura, il Salar de Uyuni.

Lasciare Oruro significa despedirse da una delle più belle frasi mai usate per descrivere una sbronza. “En calidad de condor”, ci dicono dei ragazzi di La Paz. Perché le ali aperte del condor ricordano el pobre borracho che torna a casa sorretto o portato a spalla da più sobri amici. 

 

 

Oruro, un tempo avevo una macchina fotografica

Oruro, un tempo avevo una macchina fotografica

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