Di vita piena ed altri interrogativi…

Tekove Katu, in guaranì, vuol dire vita piena. Nomen omen, il nome che rispecchia il contenuto. E non solo di emozioni, condivisione e belle idee è piena la vita degli studenti e delle studentesse. Di impegni, di lavoro, di fatica (per me che li guardo, per loro è normalità). La giornata per alcuni, e per molti, inizia alle quattro, cinque della mattina. Alcuni hanno il turno di pulizia, per altri credo sia un’abitudine. Li sentivo, senza capire perchè, quando vivevo accanto ai dormitori dei ragazzi. Poi c’è la prima lezione, alle sette, poi una pausa alle otto e mezza, poi alle nove si rinizia. Poi altra pausa, refresco, qualcuno è già in turno per la cucina. Il pasto di solito è una zuppa, con patate, carote, qualche raro pezzo di carne; un’insalata di patate, carote rosse e cipolla, un uovo. Riso bianco, oppure con i già citati ingredienti. Riso e fideo (pasta, servita in bianco, con la stessa funzione del riso), pomodori. Pane, che fanno loro, in turni pure quello. Cinquecento ne hanno fatto la settimana scorso. Il refresco che ho provato io è mais bollito, con zucchero e cannella. Si beve e si mangia, perché il mais cotto resta sul fondo e si mangia con il cucchiaio. Qualche volta banane, poca frutta, in questa Bolivia piena di frutti buonissimi. A Gutiérrez il camion della frutta arriva una sola volta a settimana. A mezzogiorno si pranza, poi si rimette a posto e poi si lavora un po’. Non sempre, non tutti, ma capita. Come qualche giorno fa, quando si è iniziato a scavare per far arrivare l’acqua dal bagno della casa del padre ai dormitori. Dopo aver tagliato il prato a colpi di machete, si intende. Una piccola trincea, scavata a suon di zappate da ragazzi e ragazze alle due del pomeriggio di un giorno infuocato. O come Giovedì, noi in partenza e loro che urlavano dal fondo del campo, dove stavano, suppongo, zappando. Il cuore, in frammenti. Poi c’è di nuovo lezione, un’altra pausa, di nuovo lezione. Qualcuno prepara la cena. Suona la campana, si mangia. Nel mentre si lavano i propri vestiti, se stessi, anche se non c’è acqua, ci si dipinge le unghie. I capi di studio decidono poi il resto. Se la sera si studia, o si guarda un film. Il Giovedì pomeriggio si gioca a calcio, prima i ragazzi, poi le ragazze che intanto guardano, ciarlano e ridono. Il Sabato c’è “lavoro” di mattina, dopo una riunione in cui ci si dividono i compiti e si vedono le esigenze del momento, quali riparare un tetto, sterminare petos… Il sabato pomeriggio si fanno le prove per il Sabado Intercultural. Alle 22.30 si chiude la porta delle ragazze, chi è fuori si becca una “falta”. Anche tre ritardi sono una “falta” e ci si guadagna un bel fazzoletto di terra da zappare (4 metri x 4, o 5 metri per 5, non ricordo. C’è pure la possibilità di fare del lavoro volontario, di Domenica. Qualche Domenica fa si iniziava alle sei del mattino. La Domenica si fa anche assemblea di autovalutazione della settimana. Poi, ovviamente, si fa quello che è necessario al momento, raccogliere e spaccare legna, spostare un materasso, ammazzare un maiale, riparare un rubinetto.

Il cammino dell'acqua

Il cammino dell’acqua

Tutto ciò mi riempie di emozioni contrastanti. A volte vedo nei ragazzi e nelle ragazze della Tekove una vera esperienza di autogestione; le assemblee, i delegati, la divisione del lavoro, la vita collettiva e la condivisione. Poi però capita di accorgersi che i rapporti di potere non sono stati eliminati ma sostituiti e che non è il regno dell’orizzontalità. I rappresentanti non mi sembrano a rischio di essere destituiti, non si è tutti uguali. E questo si basa su deduzioni, racconti, ipotesi. Ad esempio, l’altra sera ci sarebbe dovuto essere il dibattito, il tema che “provocatoriamente”, forse, avevamo scelto era “libertà-autorità-potere”, ma si pensò di sostituirlo con un film. Si chiamano i rappresentanti, si chiede la loro opinione e di confrontarsi con gli altri. E viene fuori che no, in quanto capi di studio possono decidere loro. Funziona così. Accettiamo, incassiamo e proiettiamo. Non mi è passata la voglia, però, di parlare con loro di libertà, autorità, potere. Fargli vedere “L’attimo fuggente”. Probabilmente esagero io, che vorrei seminare semi di rebeldìa, che non accetto il loro conformismo, che vorrei parlare di pedagogia degli oppressi, di pensiero critico e che li vorrei liberi. Dalle regole che si auto-impongono, dal controllo reciproco tra di loro e ancora più rigido delle autorità.
Basaglia diceva che non per aver tolto le catene ai malati psichiatrici, essi sarebbero stati più liberi, se al contempo fosse stata introiettata l’autorità. Il paziente libero è quello che mette in discussione lo psichiatra, che fa vacillare le convinzioni di entrambi. La libertà è l’esercizio continuo del dubbio, è dialettica, è movimento.

Saremmo pronti ad accettarlo? Qual è il mio ruolo qui? Serafico rispetto o inopportuna scintilla?
In punta di piedi svelare un po’ di me…

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