Dentro

27.2.14

Nuovo inizio, nuova fine. Lascio Gutiérrez, mai così casa; lascio la Tekove, per tornarci. Terza despedida in pochi giorni. Flor, Nicco & Atti, Lalo & Beti.
Non so quando è successo, anche se sono sicura che c’è stato un momento. C’è stato qualcosa, devo averlo da qualche parte nella testa ma se provo a pensarci sono immagini della Tekove, nebulose e sfumate. E’ stato intorno a Charagua, momento di astinenza sentimental-sessuale. Nonostante il mondo intorno a me sembra non avere assolutamente una concezione così basilare della cosa. E’ evidente, se nella lezione di biologia del bachillerato la prima frase nel cartellone de “l’apparato riproduttivo femminile” è “il luogo più sacro del corpo umano”. Ed il caro vecchio “fuera los rosarios de nuestros ovarios” è irrimediabilmente attuale. Intendiamoci, è inviolabile (ma poi da quando è all’apparato riproduttivo che si attribuiscono queste caratteristiche e non a chi gentilmente lo ospita?). Dicevamo, inviolabile (chi ne è proprietaria), intimo, personale, ma sacro…no. Sacrosanto, al massimo, come la pazienza di cui pure, per conoscere ed accettare l’altro, bisogna essere dotati. O meglio, per accettare che retrograde colonizzazioni culturali abbiano così profondamente influenzato uno (e molti) popoli. Ma di questo volevo parlarne un’altra volta. Provando a ritrovare il filo…raccontavo di due settimane fa (già? lo scopro ora!) quando qualcuno (non io, ma non ricordando quando sia davvero successo accetterò questa versione) qualcosa è cambiato.
Si torna a Camiri, perché gli uruguayani hanno bisogno di soldi, per fare qualcosa nel finde e, fondamentalmente, per la despedida di Nicco e Flor. Cioè tra loro. Noi spesso spettatori, talvolta coprotagonisti, a volte leader indiscussi della notte camirese.
L’inizio del viaggio (un’horita, na màs) ha già il sapore dell’avventura. Non ci sono trufi fino al giorno seguente, per questo facciamo autostop. Con noi una donna e le sue due bambine. Si ferma un pick-up e noi, entusiasti, guadagniamo il cassone. Se la felicità avesse un rumore, ora lo so, è quello del vento in faccia. Il conducente corre, la strada asfaltata e (a tratti) gli animali che la abitano, lo permettono. Suo figlio, ipotizzo, è dietro con noi ma si è seduto sul parafanghi posteriore, si copre il volto per proteggersi dal vento. La strada scivola sotto di noi, la vediamo scorrere guardando questo paesaggio dipinto. Non riesco a pensare a niente, se non che, senza dover fare valutazioni di ciò che ho e di ciò che mi manca, sono felice. Attimi di tranquilla, serena, violenta felicità.

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Ma torniamo a Camiri. Il piano è aperitivo con patatine di banana e paceña, pollo chuy (chop suey, lo chiamo io) e karaoke. Non arriverà mai il nostro turno e quindi molesteremo i malcapitati cantanti, rovinandogli l’esibizione. Testardaggine e disagio. Ritorno a casa con evangelizzazione sul Lebowski. Si parla spesso di calcio e la mia squadra è grigionera, non ce n’è. Torniamo sabato nel pomeriggio. Qualcosa è già successo perché ricordo la gioia con cui compravo regali, sapendo che anche piccole cose sono, per loro, enormi. Compro dei film e il mais per i pop-corn. E torniamo in tempo per il sabato interculturale. Non mi emoziona come il primo, gioia della novità, nè come quelli che verranno, volti e sorrisi, risate che hanno incontrato e riconosciuto, e ricambiato i miei.
Un amico dice che ci sono persone che a prima vista sembrano bellissime e poi, col tempo, non sono poi così belle, ed altre che lo diventano sempre più, ad ogni sguardo. A questa verità bisogna aggiungere lo shock culturale. Che piaccia o no, la bellezza ha canoni occidentali, quantomeno il prototipo mainstram, I volti di questa terra rompono la monotonia, a volte in maniera anche forte. Inoltre la bellezza si veste di mode, abiti, ornamenti. E poi se ne rispoglia. Allora si mostrano questi occhi scuri, a volte dal taglio un po’ orientale, i capelli nerissimi, le trecce delle bambine e delle ragazze, lunghissimi se sciolti, come quelli di Carmen, più neri quelli delle collas. Volti da indios, labbra carnose e nasi rotondi, sguardo fiero o divertito. La sensualità delle ragazze quando ballano, mani sui fianchi, è discreta e potente. I piedi nudi, il portamento dei ragazzi. Sembra che non abbiano fatto altro. Cantano sussurrando, tra la timidezza personale e la pacatezza di questi popoli.

A proposito di trecce - Carmen

E poi, all’improvviso, si trasformano, e ridono, e brillano occhi e si nascondono le facce. E il mio cuore trema.
Dicevamo, era sabato, dopo il sabato culturale si continuano le danze. Il rito prevede che si chieda il permesso, e che questo venga accordato. “Siguan bailando hasta las once”. Il padre va via, io scatto qualche foto in solitaria. Grande imbarazzo perché qualche ragazzo mi inviti a ballare. Poi prendo in giro Ivandino, sfidandolo a ballare e lui si rifiuta. E allora Florinda mi invita, e mi insegna. Forse è stato lì che mi sono sentita un po’ più loro e un po’ più me. Li lascio, a na certa, pensando che è meglio per me, che alle 5 si sarebbe partiti per Charagua, e per loro, che finalmente possono essere soli, possono essere un po’ più liberi. Tekove dorme, solo dal salone arrivano ancora le voci, la musica e, immancabili, le risate.

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