Di passioni e frustrazioni

Sapere una cosa non vuol dire saperla trasmettere. Saper insegnare…perché sembra manchino le parole? A me, poi, che ho sempre avuto il problema opposto. Parlare troppo, di tutto, non riuscire ad essere riservata anche quando lo vorrei. Invece, qua, è proprio un mondo che va alla rovescia. O sono io che sono tutta rimescolata. L’ho studiato che l’incerto spaventa, che la resistenza al cambiamento dipende dal fatto che è sempre più semplice rimanere in ciò che già c’è. Quello che sto cercando di dire è che forse c’è una connessione tra come sto e come lavoro. Oggi c’era la terza lezione di Salud Mental, la prima che davo da sola. E ne sono uscita devastata. So di essere ipercritica, e non solo con gli altri, e bisognosa di conferme. E quindi, sono consapevole del perché di questo momento di bajòn. Ma insomma, entro e parlo davanti a una quarantina di persone di storia della psichiatria. Sono le tre di pomeriggio, credo che la mia voce culli dolcemente quella sonnolenza che avverto intorno a me. Solo quando racconto di Marco Cavallo mi sembra di percepire un po’ di interesse e, forse, di curiosità. Probabilmente era il tema ad essere noioso, soprattutto se non si è mai sentito parlare di ospedali psichiatrici, di manicomi, dei trattamenti inumani che si riservavano storicamente ai pazienti, di come sia stato difficile arrivare a quello a cui si è arrivato oggi, in alcuni luoghi per lo meno. E’ difficile se qui, probabilmente, il “matto” non ha ricevuto tale crudele trattamento, ma è stato sempre accolto all’interno delle comunità. Cioè, immagino un “matto del villaggio”, un po’ strano ma comunque buono ed innocuo, come il “matto” di “Train de vie”, come il “matto” di Gutierrez, che di fatto incontriamo spesso. Ed è un signore di mezza età, che parla da solo, a volte canta, a volte urla. E spesso beve. Simpaticamente innocuo. Un po’ come il padre di Mauro, per farsi un’idea. Poi, che c’entra, non voglio nemmeno cadere nella retorica buonista, per la quale nelle comunità indigene è sempre tutto “meglio”. E, nonostante le differenze culturali, le specificità di luoghi e tempi, la malattia mentale è sempre apparsa, ovunque e sempre. Quindi, suppongo, che di schizofrenici gravi, con scoppi di ira, o di malati violenti ed aggressivi, ce ne siano stati. E probabilmente percosse e mezzi di contenzione saranno stati usati, anche solo a livello familiare. Lo dico perché l’ho sentito, perché l’altro giorno una ragazza a lezione raccontava di aver visto un caso, di un (od una, non ricordo) paziente legato al letto. Sto divagando, lo so, ma, se non si fosse capito, questo spazio non ha nessuna pretesa di coerenza o letterarietà, ma quello di essere un diario condiviso, in cui possa raccontare e sfogare quello che succede qui con chi è lontano dagli occhi ma non dal cuore. Inutile dire che mi piacerebbe fosse più condiviso, che potessi ogni tanto leggere che cosa ne pensa chi legge, o cosa accade a chi vorrei mi leggesse. Per chiudere questa lunga parentesi sulla psichiatria, da poco ho visto un film, “Lars e una ragazza tutta sua”. Un po’ malinconico, suscita sorrisi amari ed è la storia di un ragazzo un po’ bizzarro, molto riservato, con, apparentemente, poche relazioni sociali. E questa sua condizione fa crucciare sua cognata che è pure sua vicina di casa. Un giorno Lars annuncia di avere una fidanzata e nel giro di mezz’ora le due coppie si riuniscono per cenare insieme e conoscersi. Bianca, dice Lars, è straniera, molto religiosa e costretta su una sedia a rotelle. La coppia resterà, come lo spettatore, basita (F4) quando si scopre che Bianca è, in realtà, una bambola gonfiabile. Da questo momento in poi, non senza qualche esitazione, l’intera comunità inizia ad instaurare un rapporto con Bianca. La fanciulla va a messa, fa volontariato, trova un lavoretto per il pomeriggio, arriva perfino ad avere un “planning” settimanale appeso sulla porta del frigo in cucina. Questo genera anche qualche tensione di coppia. Stramba storia, improbabile come ogni favola, seppur moderna, deve essere ma……se così non fosse? La storia di Lars e Bianca racconta, con delicatezza, un mondo in cui la malattia mentale viene accolta. Se Lars ha la necessità di creare e vivere con Bianca, allora tutta la comunità accoglie ed accetta Bianca, senza paure né giudizi. E questo piccolo paesino, sperduto nel nulla, si riorganizza per accogliere i bisogni, i pensieri, i desideri, non di ognuno, ma nello specifico di chi più ne ha bisogno. E’ Marco Cavallo, improbabilmente ma necessariamente azzurro, che rompe le porte del manicomio, per tornare tra la gente. Se un cavallo azzurro è possibile allora è possibile anche la convivenza con la malattia mentale, non (o meglio non solo) di colui che la vive in prima persona, ma di tutta la comunità. Bene, se avessi parlato così, oggi pomeriggio, forse sarebbe stata un po’ meno noiosa. Forse sarei stata un po’ più me stessa, e niente come l’autenticità, è coinvolgente. Niente come la timidezza paralizza e rende incomprensibili ed incompresi. Ma di me, a sto punto, ne parliamo un’altra volta.

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