“Andábamos sin buscarnos pero sabiendo que andábamos para encontrarnos”

Non dare per scontato. Una frase fatta, perfetta per i buoni propositi dell’anno nuovo. Ma come si fa a non dare per scontato, quello che, appunto, scontato è?
Anni di studio, per scomodare la filosofia, e dire che guardiamo il mondo con degli occhiali, con delle lenti, che solo ci permettono di vedere certe cose e non altre; o il cognitivismo, l’uomo è organizzatore di conoscenza, quella conoscenza che gli permette di avere aspettative, che guidano l’organizzazione dei dati provenienti dal mondo esterno.
Poi, all’improvviso, questi occhiali funzionano davvero, ma è come se un vedente qualsiasi mettesse un paio di occhiali di un grave miope. Non solo non permettono di vedere meglio, anzi, peggiorano molto le cose. E già che di occhi si parla, partiamo dagli occhi. Flor, in una delle prime lezioni, sottolineava l’importanza di guardare negli occhi, quando si parla. Certo, per noialtri è sinonimo di assertività, di interesse, di curiosità e di accoglienza nei confronti degli altri. Ma se poi scopri che in alcune culture guardare negli occhi è segno di sfida, e che mai, per quanto rispetto possano portarti e per quanto personale possa diventare la conversazione, ti si guarderà negli occhi, come ti senti?
Un’idiota, ti senti. Che dopo anni di studi, di parole, di osservazione, e supposta capacità di poter comprendere “empaticamente”, e non solo, gli altri, non c’avevi capito proprio niente.
Culture e mediazioni, interculturalità, ma poi qualcuno te lo aveva mai detto quanto potevi sentirti spaesato? Forse no, nemmeno avrebbe mai potuto dirtelo.
Le giornate, qua, sono spesso un fragile equilibrio, tra i momenti in cui tutto sembra scivolare come i cardini di una porta appena oliata, e quelli in cui tocca fermarsi, e mettersi in discussione.
Oggi, ad esempio. Si parlava (da due giorni, ormai) di etica professionale.
Una premessa. La situazione, qua, è che la scuola è molto importante, riconosciuta, anche. Da organismi internazionali, tra l’altro. Ma di docenti che vengano a formare gratuitamente i ragazzi, non sembrano essercene poi molti. E quindi noi, giovani, inesperti e, (forse) pure un po’ incapaci, ci troviamo in questo ruolo. E decidiamo anche di svolgerlo in maniera “alternativa”. Quindi, perché fare lezioni in cui il docente parla ed i discenti ascoltino? No, noi si parte dalla pratica. Quindi rappresentiamo delle situazioni, su cui poi i ragazzi possano riflettere, possano intuire di che cosa vogliamo parlare, da lì poi tiriamo fuori i valori che guidano la condotta dell’essere umano, e a questo punto iniziamo a parlare dell’etica, delle norme che guidano il nostro agire. Ed il giorno dopo, finalmente, gli chiediamo di che cosa pensano che noi pretendiamo di star parlando. E loro, semplicemente, tacciono. E poi, in un secondo momento, confidenzialmente confessano di non aver capito minimamente che caspita volessimo. Non sono abituati a questo, che è ‘sto mistero? E diteci di che parleremo, dateci delle definizioni, fateci capire pure a noi. Ah, ecco. Scusate. I “professori” si rendono conto e ripartono dal via. E’ il suo bello, per carità, ma è anche illuminante. Il modo di fare lezione, l’interazione, la timidezza, la libertà di chiedere “non ho capito”, non sono scontate. Probabilmente sono consuetudini costruite culturalmente. Guido me lo dice più tardi quando siamo nella cancha ad aspettare l’inizio dei giochi. “Per noi è difficile”, sostiene, “dire non ho capito, chiedere di rispiegare. E se tu, non mi rispondessi? E se mi dicessi: “Rileggiti il tuo libro?” Io come mi sentirei?” Meglio tacere. Capiamoci, non voglio legittimare questo modo di agire (di chi potrebbe rispondere così, non dei ragazzi e delle ragazze) né dire che non proveremo mai più a lavorare in modo più deduttivo; si tratta di lavorare sul famoso “non dare per scontato”. In più, e questo te lo dicono subito quando arrivi in Bolivia, c’è un altro elemento, che loro non dicono e, per l’appunto, probabilmente, danno per scontato, c’è un fatto culturale. Il suggerimento, quando arrivi qua, è di chiedere più volte le indicazioni stradali. Insomma, le donne non sanno leggere le mappe stradali, gli uomini non chiedono indicazioni e i boliviani te le danno anche se non le sanno, per non scontentarti. Quindi funziona così, chiedi a più persone e poi fai una media. Stesso discorso per le distanze. Una cosa può essere molto lontana, o molto vicina, senza che tu ti sia minimamente spostata dal luogo in cui sei. La mia strategia, a quel punto, era diventata chiedere a quante cuadre, cioè isolati, si trovasse la mia destinazione. No, non funziona. A la Paz la stessa piazza era prima a una, poi a due, poi a tre quadre. Io nel mentre procedevo nella direzione indicata. Stesso discorso rispetto a dove poter prendere un mini. Il mini è una specie di taxi collettivo, da sei, otto persone. Fa un tragitto prestabilito, che è indicato con dei cartelli mobili sul parabrezza, ma con fermate a chiamata. Quando si vuole scendere si chiede (o si urla, a seconda di dove si sia seduti) che si sta per scendere, e lui si ferma. Dicevo, dei mini, che è controproducente chiedere se si prendono nel posto in cui si è. La risposta è, generalmente, sì. Quando ci si accorge che non passano di là, ci si sposta, si ridomanda e si riottiene la stessa risposta, si capisce che nel processo qualcosa non ha funzionato. Di preciso, la domanda. Non “lo prendo da qui?”, ma “da dove lo prendo?”, che non impedisce che la risposta sia “da qui”, ma per lo meno ne riduce la probabilità. Questa lunga parentesi (che qualcuno apprezzerà) per dire che qui non si vuole scontentare chi chiede. Deluderlo, perché non si sa la risposta. E in un atto di estrema gentilezza si risponde quello che colui che domanda vuole sentirsi rispondere. Non importa se non è vero. Io credo che questa attitudine abbia il suo peso nel rispondere sempre che si, si è capito quanto spiegato, e nel non mettere in discussione quello che si va spiegando e dicendo.
Le barriere culturali, crollano, all’improvviso, nel più banale dei modi, giocando.
Il buono di lavorare con una moderna gioventù francescana è che, a suon di campi scout, o qualcosa del genere, immagino, ne sanno tantissimo di animazione e, per l’appunto, giochi.
Il venerdì pomeriggio, a partire dalle cinque, si gioca. Nella cancha. Apro un’altra parentesi. Cancha è una parola che non avevo mai incontrato nella mia relazione sentimentale con lo spagnolo. La cancha sarebbe il campo da calcio dove giochiamo, che io, per errore, oggi ho chiamato chancha. E quando ho raggiunto la gioventù francescana, che non vedevo arrivare, gli ho detto che li avevo aspettati per un pezzo nella chancha, che sfortunatamente, è la femmina del maiale. L’immagine evocata era di me che aspettavo seduta su un maialetto. Misunderstanding a parte, è stato divertente. Il primo gioco consisteva nel cercare di far ridere la persona seduta alla tua destra, che doveva rimanere impassibile. Di per sé, una banalità. Ma quanti modi ci sono di ridere, di cercare di far ridere, di condividere insieme risate. Quanto è emozionante vedere i volti cambiare, le diverse espressività, quanto sono belli questi volti. Mi capita spesso di guardare i ragazzi e le ragazze, soffermarmi sui loro lineamenti, così diversi da quelli a cui sono abituata, e di trovarli bellissimi. Belli come le emozioni che mi stanno dando, come fotografie che vorrei scattare, con la consapevolezza che, nonostante a volte sia difficile, possa sentirmi sola o lontana da ciò che amo, le loro vite, senza saperlo e senza darmi niente in cambio, mi stanno dando tanto.
E dopo qualche giornata pesante, frustrazioni, senso di impotenza o di solitudine, questa notte vado a dormire serena, e contenta. Vado a dormire con in testa i loro volti e con il desiderio di poterli conoscere meglio. Non importa quanto io possa non comprendere di loro e loro di me, le risate che abbiamo condiviso oggi, le piccolissime parti di sé che danno, sono il senso. Dice la mia psicologia che quello che ci distingue dalle altre specie viventi è la possibilità di contemplare il bello e la condivisione di senso e significato con i nostri simili. Oggi queste due cose sono avvenute e io e la mia anima freak possiamo andare a dormire serene.

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