Casa de la libertad

La casa della libertà suona, per un italiano, abbastanza inquietante. A Sucre, invece, la libertà è quella conseguente alle guerre di indipendenza, che iniziarono, per l’appunto, a Sucre e finirono, per l’appunto a Sucre. Il “primo grido libertario” dell’America Latina, nel 1809, nasce tra i membri dell’Audencia de Charcas, dell’università e tra i settori indipendentisti della popolazione, . Tra gli animatori del processo indipendentista, sostiene la guida, i criollos, figli di spagnoli ma nati sul suolo americano e, per questo, esclusi da molte cariche e privilegi.

Casa de la Libertad, cortile interno

Casa de la Libertad, cortile interno

 E sempre in questa casa, che fu dei gesuiti e poi sede dell’università Francisco Xavier, venne firmata la dichiarazione di indipendenza, nel 1825. Sedici anni che ne fanno il processo d’indipendenza più lungo dell’America Latina.
Le sale del museo ricordano e raccontano le storie dei protagonisti, troppo spesso più amati da morti che da vivi.
Il caso più emblematico, senza dubbio e quello di Doña Juana Azurduy, meticcia, destinata al convento, scelse invece di sposare la causa indipendentista. Con suo marito Manuel Ascensio Padilla, ed i loro figli, abbandonano la vita agiata nelle proprietà di famiglia di lui, che era criollo, e si uniscono all’esercito “libertador”. Il valore militare di  Doña Juana Azurduy è riconosciuto, tra gli altri, da Simon Bolívar, ma ciò non impedisce alla donna di morire in estrema povertà e solitudine. Anche le sue richieste di far parte del Congresso vennero respinte, in quanto donna e meticcia. Suo marito, invece, non riuscì a vedere l’indipendenza della Bolivia, perché fu  fatto prigioniero ed ucciso,  nella battaglia di La Laguna. Doña Juana Azurduy e Manuel Padilla iniziarono a combattere unendosi a Manuel Belgrano, che, resosi conto dell’assenza di un qualsivoglia stendardo da innalzare in battaglia, creò una bandiera biancoceleste. Dopo la battaglia di Vilcapugio, Belgrano, durante la ritirata, nascose la bandiera nella chiesa di Titiri, dietro un quadro. Questa bandiera venne poi ritrovata 75 anni dopo ed è l’antenata dell’attuale bandiera argentina. O per lo meno, questo raccontano la leggenda e la guida.
Infine José Antonio de Sucre. Valoroso militare, uomo di fiducia di Bolívar, scontento dagli sviluppi politici post indipendenza, tornò a vivere in Ecuador. Invitato ad una riunione da Simon Bolívar, fu vittima di un’imboscata da parte di coloro che temevano un suo ritorno in politica.
E infine, la stanza dei presidenti. Dall’enorme statua dedicata a Bolívar, al ritratto di Evo. La bandiera della Bolivia (rossa come il sangue versato, gialla come le ricchezze della terra e verde come quelle forestali) e la Whipala, la bandiera “indigena”, esposte alle spalle della statua di Bolívar, e la rappresentazione dello stato è compiuta, il carajo turista contento.
Simon Bolìvar nella stanza dei presidenti

Simon Bolìvar nella stanza dei presidenti

Ma il ritratto preconfezionato, l’autocelebrazione ed, in definitiva, la narrazione che uno stato fa di se stesso è istruttivo. Permette di interrogarsi sulla fase storica, sull’enfatizzato e sul taciuto, sul permesso e sul dimenticato.
Interrogarsi, perché restano domande, che, nel día a día, cercano risposte. Tante quante le persone con cui riesco a parlare, siano cambas, collas o carajos.

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