Sucre

Sucre è l’inizio del viaggio, senza guida, io e la mia America. Certo che mi sento una privilegiata, non solo Nicco è stato la mia “Bolivia for dummies”, ma mi ha anche riempito di consigli per il viaggio. E lo ha fatto facendomi ridere, seduti sugli scalini di “casa sua” a bere birra e farsi mangiare dalle zanzare.

Il mio quaderno di viaggio dice che la felicità non è la destinazione, ma il viaggio. E iniziamo dal viaggio, dunque, che si era preannunciato come  parecchio pericoloso, a causa della strada sterrata, soggetta a smottamenti, specie se piove. In più Francesco ha sentito che ci sono stati 25 morti nella zona per una frana. Mi fido delle rassicurazioni al terminal dell’autobus e parto. Meno male, perché Nicco poi mi dice che si era trattato di un alluvione, niente a che fare.
Il viaggio è lungo, quindici ore, durante le quali un giorno rovente si spegne in una notte buia e fredda. Si inizia a salire, prima tappa Monteagudo, paesaggisticamente molto bella, specialmente se si guarda le montagne di fronte e non il dirupo sotto di se’. L’arrivo a Monteagudo è bellissimo, siamo in cima al monte che abbiamo fiancheggiato. E qui donne, bambini, venditori, una trafila lunghissima perché sono stati venduti due biglietti uguali, e un signore non vuole saperne di spostarsi, e una signora vuole due posti vicini. Mi metto io vicino al signore, cedendo i due posti vicini. La notte avanza, l’autobus arranca più volte, l’aria si raffredda. Facciamo una fermata surreale, una casa che è anche ristorante, nel nulla più totale. Il bagno è una latrina in cemento, con una tenda, o forse un lenzuolo, come porta. Quando risaliamo il signore al mio fianco inizia a parlare. È interessante, senza dubbio, ma c’è sempre il timore di non riuscire più a fermarli, sti boliviani. Parliamo della Bolivia, lui è un agronomo, l’ha girata molto e ne sembra innamorato. Anche lui parla dell’istruzione come mezzo di sviluppo del paese, del processo di cambiamento in atto dall’elezione di Evo, dalle etnie e le lingue parlate. Riusciamo comunque ad addormentarci senza bisogno di convenevoli.
L’arrivo a Sucre è sotto una pioggia battente, ma il sole arriverà. Quando piove fa anche freddo e nascosta nel cappuccio non vedo granché. Quando ormai mi sono decisa ad andare al museo dell’arte indigena smette di piovere, ma ormai sono diretta al mirador, ed inizio a familiarizzare con il nuovo paesaggio.
Mirador, La Recoleta. Sucre

Mirador, La Recoleta. Sucre

Sucre col sole è finalmente la città bianca e luminosa. A quanto pare, gli spagnoli che vennero qui erano del sud della Spagna, e riproposero qui la pittura bianca, che usavano per allontanare il sole. A questi quasi 3000 metri io, invece, lo inseguo come una lucertola.
Nel mio girovagare senza meta ripercorro spesso le stesse strade, come se l’istinto che m’aveva guidato una volta, riconfermasse le sue scelte. In piazza Cochabamba sto per sedermi a riposare, ma c’è della musica che arriva da quello che ha tutta l’aria di essere un oratorio.
Dentro ci sono delle ragazze che ballano, con delle gonnelline che ho visto da qualche parte su un manifesto; ci metto un po’ ad accorgermi che hanno scritto qualcosa sulla maglia. Poi lasciano il posto agli uomini, stivali ricoperti da grandi sonagli e cappelli che a me sembrano da ranchero. I passi sono molto energici e vengono chiamati, come per le donne, con un fischietto e dei gesti da chi sta conducendo.
Mi sembra di capire che siano i cavaleros di San Simon di Sucre, non ho capito molto di più.
Sucre è già più occidentale, ci sono i ragazzi coi piercing, i giovani turisti occidentali, zaino e abbigliamento tecnico, ci sono bar per la sera, con happy hour e proiezioni di film.
E poi c’è un’anziana signora, che mi ferma perché ha bisogno di aiuto col suo cellulare. Il suo castellano è stentato, credo parli quechua, e mi accorgo poi che non è in grado di leggere né di scrivere.
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Gli opposti coesistono, e le contraddizioni non mancano. L’abito tipico, con le gonne a strati e il grembiule, la riga in mezzo e le due trecce, è di derivazione spagnola. Un’imposizione, dice Galeano, un desiderio di assomigliare alle donne spagnole, dice una guida al museo che visiterò il giorno dopo.
Sucre è architettura coloniale, molte chiese in stile barocco mestizo, nel quale si mescola stile europeo ed elementi indigeni. Sucre sono giorni solitari ma sereni, è l’emozione dell’esplorazione e della scoperta.

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