Camiri

A Camiri andiamo perché c’è una riunione della APG, la assemblea del popolo guarani, alla quale, ovviamente, non partecipiamo.

Abbiamo modo, però, di parlare della storia e del popolo guarani più volte durante la giornata. Già nel cammino verso Camiri, Aurelio ci parla della situazione attuale. La sensazione è che vi sia molta consapevolezza e molta aspettativa rispetto al processo di cambiamento in atto, benché non manchino critiche alla politica di Evo.
Quello che mi è parso di capire è che il Chaco si senta in una qualche misura abbandonato da Evo, benché alcuni riconoscano che il processo di cambiamento sia talmente tanto profondo da richiedere molto tempo per essere concluso.
Il fatto è che Evo è si il primo presidente indigeno, ma qui di etnie indigene ce ne sono 36, e le più conosciute sono la quechua, l’aymara e la guarani.
Si tratta di popolazioni molto diverse, così come molto diversi sono i territori che abitano. I racconti di questi giorni descrivono i popoli delle Ande come abili e devoti al commercio, con mentalità imprenditoriale e dedizione al lavoro. I Guarani, invece, vengono descritti come incapaci di programmare, disinteressati all’accumulo di ricchezza e, quindi, più lontani dalla maniera occidentale. Si racconta che i guarani siano capaci di vendere il proprio mais alle stesse persone da cui lo compreranno mesi dopo, finita la propria scorta.
Il “presidente indigeno” proviene dall’altra parte, e qui è molto sentita la differenza tra collas (quelli del l’occidente ) e cambas (quelli dell’Oriente). Il timore, il risentimento o talvolta l’accusa, è che Evo si occupi solo, o comunque prevalentemente, degli interessi di quelle zone, che sono anche il suo maggior bacino elettorale.
E  al popolo guarani, che ha fatto della voce “terra e territorio” una delle proprie priorità, non può che incutere timore l’idea di utilizzare la parola “campesino”. In effetti, la scelta di questo termine indica che le terre devono essere rese produttive, e se questo non accade lo stato se ne riapproprierà e le re-distribuirà.
E chi coltiverà, allora, la terra dei guarani? E che ne sarà del territorio, che va protetto e non solo sfruttato?
Nel primo pomeriggio il panorama si allarga. Siamo nella Piazza di Camiri, il caldo del primo pomeriggio è asfissiante, inseguiamo l’ombra sulle panchine. Fernando mastica coca, una piccola manciata di foglie a cui aggiunge, dopo un po’, una punta di bicarbonato. Mi è stato spiegato che quest’ultimo favorisce lo scioglimento degli alcaloidi contenuti nelle foglie di coca, potenziandone l’effetto.
Fernando è un’enciclopedia. Ci racconta la storia dell’APG e le sue linee guida, la marcia di Kuruyuki, ma parliamo anche di storia del Sud America, di Simon Bolivar, del Che che voleva pagare il silenzio di suo padre, che però ha rifiutato questi soldi.
Un regalo molto bello, di cui mi sono appropriata, sono degli schemi che ci ha fatto per descrivere il sistema di vita socio culturale produttivo, il sistema di governo a spirale e la base filosofica della teoria politica per la ri-costituzione della nazione guarani.
Mi capita di sentire i brividi più volte mentre ascolto. Non solo perché ci parla di processi rivoluzionari in atto o perché la storia, tanto idealizzata, è scritta in questi volti ed in questa sierra, ma anche per il privilegio di essere qui, ora. Di poter ascoltare, imparare, come non si impara da nessun libro.
La propria stessa cultura si impara e si trasmette. Questo ruolo è stato spesso delle donne, in casa. Ed è proprio dal fuoco alimentato in casa che prende il nome il primo progetto per la protezione della lingua guarani.
“Tata endi”, il fuoco che mai si spegne, come questa lingua piena di poesia, che le donne trasmettevano e proteggevano all’interno delle proprie case.
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