Palmarito

Che i luoghi possano essere associati ai colori, non è cosa nuova. Il fatto è che mi sembra che Palmarito i colori li porti già un po’ nel nome. Almeno, mi sembra, che già prima di vederla Palmarito fosse gialla e verde, come le stoffe africane, come un quadro di Gaguin. Palmarito è anche un po’ azzurra, come il paesaggio che si vede arrivandoci, dove i boschi ricoprono le montagne che diventano azzurre incontrando il cielo.

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Da queste parti si usa molto il verbo “charlar”, al contrario della Spagna dove, specie per questioni di lavoro si usa di più “hablarlo”, “comentarlo”. Qui, invece, si charla, si chiacchiera. Ci si prende tempo per affrontare le cose, tempo e pacatezza.
Non dovrebbe stupire, quindi, ma forse far sorridere, se quando chiediamo a Tarcisio perché stiamo andando a Palmarito ci risponde partendo dall’1700. Il mio sunto occidentale, passibile di errori, è che sono stati ritrovati documenti di un compositore italiano barocco, tale Zipoli, toscano ma sudamericano d’adozione, e che da li sia iniziato un lavoro di riscoperta, che ha portato ad una collaborazione con l’orchestra di Prato e la nascita della scuola di musica di Palmarito.
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Lo so, ancora non s’è capito che ci andavamo a fare. Ad accompagnare due maestre per le prove del coro in vista dell’arrivo dell’animatore di questa collaborazione.
L’ingresso a Palmarito avviene quando una bambina viene ad aprirci un cancello di tronchi di legno; attraversiamo Palmarito vecchia e Palmarito nuova, vedo per la prima volta le costruzioni nelle quali si conserva il mais. Non ne ricordo il nome, né in spagnolo né in guarani, ma sono simili a palafitte, per proteggerlo, suppongo, dagli animali.
Palmarito è storicamente importante, ci racconterà qualche giorno dopo Fernando, perché da qui parti’ la marcia del ’92 verso Kuruyuki, per commemorare la battaglia del 1892. Il centenario è stata una tappa importante nella storia del popolo guarani, ma manteniamo uno straccio di cronologia.
Tra le foto non scattate qui c’è la campana che suona per chiamare a raccolta, lo sguardo timido e basso delle ragazzine al nostro arrivo, un’anziana signora e la sua espressione altera e umile, i bambini che giocano a calcio sotto la tettoia e i telefonini dalle mille lucine messi a caricare nella scuola, che ha la luce grazie ad un generatore.
E, nel buio, tornare a casa…a guardare il cielo. E, se l’ho già detto non importa, il tempo è circolare, non esiste passato, presente e futuro in guarani. Ma, poiché mi piace essere incoerente, questo lo raccontiamo un’altra volta.
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