Il mondo nuovo

L’illusione del mondo globalizzato, il demone della reperibilità e la risposta  immediata a ogni effimera curiosità ci abituano a pensare che nulla sia sconosciuto o quanto meno inimmaginabile. L’idea e che le parole, le immagini possano davvero sostituire l’esserci. La sensazione appena arrivata, invece, e’ stata quella di pensare che senza essere li non l’avrei mai capito. Al tempo stesso camminavo avvolta in un senso di curiosità ed irrealtà. Sapere le cose non equivale ad esserci immersi.

La prima cosa che ho imparato e che niente è scontato.
Un cartello all’aeroporto di Santa Cruz avvisava che l’acqua sarebbe stata chiusa in una fascia oraria che non era quella in cui sono arrivata. Ma niente da fare, riempire il secchio dalla tanica per sciacquarsi la faccia dopo il lungo viaggio. Strano viaggio, con un giorno infinito seguendo il sole e una notte corta che mi accoglie a Santa Cruz.
La prima cosa che ho sentito e stata l’aria di mare, curioso in un paese che non solo non ha il mare ma che fa dell'”accesso al mare” una delle sue battaglie.
Il primo – e fino ad ora l’unico- mezzo di trasporto l’ambulanza del Vicariato di Camiri. E stretti li dentro io, Pancho, nostro choffer, Nicco, mia guida a sua insaputa e traduttore di latinoamerica raggiungiamo il nostro albergo. Io, è risaputo, adoro leggere significati e segni nelle coincidenze, e che sia di nuovo un Nicco, come a Madrid, a condurmi nei miei primi passi in un mondo nuovo non può che emozionarmi.
Le prime strade che calpestiamo sono quelle di Santa Cruz, s’era detto. Santa Cruz, al momento, è immagini di strade con venditori assiepati, spesso seduti ad offrire la propria mercanzia, la più varia. Un caldo che quasi toglie il fiato, che si fronteggia con ombrelli, teli e succo di tamarindo. Ogni banco è pieno di bambini, di ogni età. Molte famiglie mangiano, pollo e riso, in piatti o sacchetti di plastica. Compriamo palo santo, un legno che viene bruciato e usato per curare dolori fisici e del cuore, dopo aver recitato una frase che serve ad allontanare il male e far rimanere il bene. E tre Padre Nostro e un’Ave Maria.
Ci lasciamo guidare, e da una porta stretta tra due case, circondata da venditori, arriva una musica. Entriamo e ci troviamo in un bar, dove incontreremo Marcelo, un signore di Oruro che insiste per offrirci una birra e chiacchierare con noi, insegnandoci brindisi e raccontandoci aneddoti. In questo bar inizio a capire che da queste parti ogni volta che si incontra lo sguardo  ci si saluta, anche in un bar tra sconosciuti. Poi iniziamo a cercare un posto dove sbloccare il mio telefono, che qui non va. Ed è come varcare un confine. Attraversiamo la città, passando per la parte nuova e palesemente, a tratti ostentatamente, ricca. Tra gli edifici e le villette in stile occidentale, assegniamo il premio all’indimenticabile complesso in stile Sud-tirol, come prontamente lo descrive Nicco. Che farsene di tetti spioventi dove la neve non esiste? E la fine del cammino e’ l’entrata nel tempio della cultura occidentale, il Cine-center, il centro commerciale di Sabato pomeriggio. Chiunque sa da sempre la pervasività dell’immaginario occidentale, e yankee in particolare, ma, come sopra, altra cosa e’ vedere realizzata questa colonizzazione culturale. Scansata la coda per i film, ci sediamo in un bar a bere una birra, mentre intorno a noi si guarda – credo – Real Madrid- Barcellona in tv.
Infine, mentre torniamo in albergo, il Taruma’, dal nome di un albero storico che cresce nel patio, ci imbattiamo in una festa, organizzata – ci dicono – tutti i sabati, dove mi invitano a ballare sulla musica dei “New Tormenta”.
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Se arrivare a Santa Cruz e’ pensare che un altro mondo non solo è possibile, ma già esiste, con tutte le sue contraddizioni, molto stupore deve ancora venire, lasciando la città per andare nel Chaco, terra di storia e di poesia.
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