Semenella

“La prima cosa è il mio nome, la seconda quegli occhi, la terza un pensiero”.

Che a dirla tutta non ho mai nemmeno capito se Baricco mi piace o no. Nel dubbio propenderei per il no. Ma non importa, quello che volevo dire è che secondo me ci sono sue espressioni felici, guizzi accattivanti, musicalità indovinate e destinate a cristallizzarsi nella memoria. Questa, per me, e’ una di quelle.

“La prima cosa è il mio nome, la seconda quegli occhi, la terza un pensiero”.

La prima cosa il mio nome, dunque. È un nome che risale ai tempi in cui nasceva un sogno. Di fuga, di scoperta, di libertà. Struggente e patetica l’adolescenza. E in quei giorni, in cui sognavo di attraversare l’oceano e raggiungere la maggiore età, passavo i pomeriggi tra il collettivo e la sezione di una città (d’arte) di provincia. Oltre a quell’atmosfera e a quell’arredamento da dopoguerra, alle Peroni piccole con il vuoto a rendere e alle carte consumate da molte mani, quel luogo era la seconda casa di molti compagni, dal cuore rosso e dall’italiano incerto. Uno in particolare resta nei miei ricordi come il custode di un luogo, di una storia, di un ideale. La sua, di storia, inizia quando, ancora bambino, inizia a lavorare nella “carovana facchina”, a scoprire la politica e l’ideale nei soprusi di ogni giorno, negli scioperi per i diritti, nella fede nel partito e nelle difficoltà ad accettare un mondo che cambia, un movimento che si contrappone, si allontana, si scontra. Anche noi, nei primi anni 2000, eravamo i gruppettari, perché noi nel partito non ci volevamo stare, pur essendone energia e linfa vitale. Ma non credo di sbagliarmi nel dire che a lui, burbero e irascibile, testardo e disponibile, quella schiera di adolescenti esuberanti piacesse un bel po’. Per le discussioni politiche e per le schermaglie di cui era spettatore tanto quanto protagonista, per la testardaggine e per le partite a tressette, dal prevedibile epilogo. L’avanzare dell’età non aveva minimamente intaccato la memoria del giocatore, e la logica e l’esperienza rendevano ogni mossa ovvia e ineccepibile. Al contrario, il suo compagno di squadra era esposto all’ira ed alla traiettoria delle carte, che puntualmente volavano all’indirizzo del malcapitato, quando il suo gioco era frainteso o la risposta ad esso francamente indifendibile. Ma la tenerezza di quest’uomo rude e dai modi spicci io la sento nel soprannome che mi aveva dato, Semenella. Semenella vuol dire semino, piccolo seme, o almeno a me, che pure il dialetto l’ho imparato in quegli anni lì, così sembra di ricordare. Il suono, invece, resta chiarissimo. Le prime due e sono mute, forse la fonetica della mia lingua le scriverebbe con la dieresi, e la a finale nemmeno si pronuncia. Un codice fiscale, come molte delle parole della mia terra, un suono chiuso e un po’ ruvido, come i campi quando d’estate il fuoco li brucia per purificarli e prepararli a un nuovo raccolto. Un piccolo seme perché piccola ero, e sono. Più nessuno mi chiama così, Nnill se ne è andato qualche anno fa e il piccolo seme già era stato trasportato lontano dal vento. Sono passati più di dieci anni da quei pomeriggi, e per quanto ancora mi sembri un sogno, tra pochi giorni un nuovo vento, ancora più forte, porterà un sempre piccolo seme ancora più lontano. E mi piace la metafora del seme perché porta con se la speranza di una semina sempre possibile, di un raccolto a cui lavorare con dedizione., l’ambizione che le radici continuino a ramificarsi e i frutti a succedersi.
Un piccolo seme, un grande zaino e che il sogno abbia inizio!

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